Idee

Un Natale del Mariulin

Io ero un bambino povero (vedasi fotografia). A dire la verità, al momento non lo sapevo, a me sembrava di essere “normale”, (un po’ come adesso). Invece non ero “normale” (un po’ come adesso), ero povero (adesso non sono “normale” per altre cose). Vivevo con la mia mamma, il mio papà, la mia nonna e il mio nonno. Tutti sotto lo stesso tetto. Io dormivo tra mio papà e mia mamma in un grosso letto di legno. Anche il nonno e la nonna dormivano in un grosso letto di legno (un altro), ma non avevano la rottura di balle di avere me in mezzo. A Natale tutti i miei amici non ricevevano quasi nessun regalo, più o meno come me, per questo non mi sentivo un “diverso”.

 

 

Anche allora i regali li portava Gesù Bambino, anzi solo allora, perché poi ha cominciato a portarli Babbo Natale e poi Amazon. Il regalo più bello che mi portò Gesù Bambino fu Fort Apache. State tranquilli, non vi racconterò tutta la storia del Capitano Turner e di Fort Apache, altrimenti perdo consenso, followers e visibilità sul web, tutti problemi che quando era bambino (vedasi fotografia), non avevo.

Il problema che avevo da bambino era principalmente quello di non prenderle da mia mamma, mia nonna, mio papà. Da mio nonno no, perché era un “non-violento”. No, non era un figlio dei fiori, però era un pacifista” soprattutto dopo aver fatto la Grande Guerra. Comunque le prendevo da tutti. L’altro grosso problema, sorse nel Natale del 1962 quando Gesù Bambino mi portò un bel Fort Apache di legno. Per farlo, il nonno lavorò  per un po’: prese una cassetta della frutta al mercato, la capovolse ed i cominciò ad intagliarci porte, portoni, finestre, torrette, scalette, tutto insomma. Lavorava di nascosto in cantina, perché io non mi accorgessi di nulla. Solo che c’era un altro problema (per il nonno non per me), e cioè che i bambini poveri sono spesso anche figli di p…, insomma astuti e furbi. Io spiavo il nonno, naturalmente senza dire nulla a nessuno, ed ero perfettamente conscio dello stato dei lavori del fortino.

Quando il manufatto fu terminato, il nonno lo nascose dietro la catasta del carbone per la stufa che teneva in cantina (poi un’ altra volta vi spiegherò come funzionava una stufa a carbone, così vi passerà la voglia di dire che si stava meglio quando non c’erano gli smartphone). Quando il nonno usciva dalla cantina, io gli rubavo le chiavi, perché oltre ad essere figlio di puttana ero anche un po’ ladro. Entravo in cantina e mi guardavo un po’ il fortino, come avrei fatto qualche decennio dopo con le riviste porno.

Ebbene, il fortino faceva davvero cagare. Tuttavia, non avendo il confronto costante con il fortino reale, che avevo visto solo una volta alla televisione a casa di Paolo Ghia, il bambino ricco del quartiere, mi sembrava davvero bello quello che aveva ricavato il nonno dalla la cassetta delle mele.

Me lo coccolavo un po’ e poi tornavo in casa. La sera della vigilia, prima di andare a dormire, la mamma metteva sul tavolo una scodella (oggi si chiama tazza) per il latte con un pezzo di pane per Gesù Bambino, che, quando sarebbe arrivato, avrebbe potuto fare colazione prima di lasciare i regali. La mamma mi insinuava anche il dubbio che, anziché un dono, avrebbe potuto portarmi del carbone come si usava per i bambini cattivi, come quelli che non ubbidivano alla mamma o andavano male a scuola.

Oggi questi problemi non ci sono, perché le mamme non picchiano più i bambini (al massimo li buttano dalla finestra) e i bambini non vanno più male a scuola, al massimo sono dislessici, disgrafici o discalculici, ma questo non è poi così grave. Io, che ero piuttosto realista (realismo infantile), ero quasi sicuro che il carbone non me lo avrebbe portato, sia perché il carbone serviva per la stufa e non per queste minchiate, sia perché sapevo benissimo che Gesù Bambino era mio nonno, anche se si chiamava Giovanni.

La mattina di Natale, assunsi l’espressione dell’angioletto stupito e mi fiondai sul fortino di legno. Ah, dimenticavo, quando finì il carbone, nella stufa ci finì il fortino di legno, ma per fortuna il Natale era già passato…

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    Melina Merlino

    Bella storia. Il punto di vista è rimasto quello del bambino.

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    Caterina Vitale

    Ho letto una bellissima storia d’amore.
    Bambino fortunato tu, povero come molti amato come pochi.
    Auguri!

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