Idee

Un affare di famiglia

È naturale che dopo aver visto “Un affare di famiglia” di Hirokazu Kore-eda, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, il pensiero corra al grandissimo Ozu. Il cinema dell’ordinario, un cinema della quotidianità oppure un neorealismo  nipponico? Non è necessario appiccicare etichette ai capolavori, e questo film lo è a tutti gli effetti. Film davvero inconsueto per raffinatezza, intensità e anche per l’originalità della ambientazione, la squallida periferia di una metropoli giapponese che, oltre al già citato maestro Ozu, rimanda anche al pacinko e alle cabine dei Peep-Show” di “Tokyo Ga” di Wim Wenders. Una famiglia “apparente” vive in un micro appartamento, dove le dinamiche della povertà portano Osamu e il figlioletto a rubare generi alimentari nei supermercati e, proprio accanto ad uno di questi, incontrano una piccola bambina abbandonata. Così la adottano, come si fa con un cane randagio, e la piccola va a far parte di quella famiglia che, nel dipanarsi della vicenda, si scopre non essere affatto una famiglia o meglio, di non esserlo, secondo le modalità del nostro costume. Si tratta infatti di persone che pur vivendo secondo le più normali convenzioni sociali, non sono legate da veri legami di parentela. Il gioco di Kore-eda è sottile ed il disvelamento del “vero” avviene attraverso una lenta, ma inesorabile agnizione dei personaggi. Quello che si scopre è una famiglia composta da relitti sociali e umani, che tuttavia ha trovato il modo di sopravvivere alla crudeltà della vita, formando, almeno apparentemente una “famiglia”. La risposta alla domanda sul senso di tutto ciò non sembra darla il film stesso, ma sembra la stessa che Woody Allen fece dare a Boris Yellnikoff protagonista di “Basta che funzioni”. Grande regia a fronte di una sceneggiatura scarna ed essenziale, fatta di piccoli e poco eroici gesti quotidiani, raccontati senza supporto di una colonna sonora, ma affidati  alla sola dialettica parola-immagine, come solo i grandi, ma grandi davvero, sanno fare.

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