Idee

Suburbicon

Ho sempre guardato con sospetto le città della provincia americana con le loro le casette e i loro “backyard”. Facevo bene; ne ho avuto conferma oggi assistendo alla proiezione di “Suburbicon”, il bellissimo film diretto egregiamente da George Clooney e scritto da Joel ed Ethan Coen. Per una volta vi risparmierò la trama, per ovvie ragioni, ma vi dirò che questo è uno dei migliori film visto quest’anno. “Suburbicon” è una città immaginaria  dell’America profonda della fine degli anni Cinquanta, ricostruita con un po’ di compiacimento stilistico dallo scenografo Jim Bissell. Suburbicon conta sessantaduemila abitanti ed è considerata una città ideale con una popolazione attiva, integrata, credente; case curate con  tutte le comodità “moderne” dal tagliaerba alla televisione. Insomma tutto scorre tranquillo, ma, come spesso accade al cinema e ancora più spesso nella realtà, c’è sempre un rovescio della medaglia. Tutto ha inizio quando una famiglia di colore si insedia in una delle belle casette del bel quartiere con i praticelli curati. Chi però pensasse solo alla prevedibile storia di segregazione razziale sbaglia. A turbare la tranquillità domestica di Gardner Lodge (un formidabile Matt Damon) c’è dell’altro, molto altro e mi fermo qui. Film dai risvolti imprevedibili, con un ritmo narrativo di rara intensità, un crescendo che lascia senza fiato con un finale dove la casetta di “Suburbicon” sembra quasi più inquietante dell’Overlook Hotel e chi ama il cinema sa di cosa sto parlando…

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