Idee

Salvador Dalì, Jean Clemmer, un incontro, un’opera

Non ho mai amato molto il Dalì pittore, però ho amato molto il Dalì pensatore, anzi diciamo il Dalì “parlatore”. Le sue esternazioni su arte, poesia, libertà, morte, su tutti i grandi concetti della vita, mi hanno sempre messo allegria e il suo Surrealismo un po’ posticcio, ha sempre avuto una vena di genuina incoscienza proprio nelle interviste, nei motti, negli scritti e nelle sue elaborazioni teoriche  del suo metodo “paranoico-critico”. Mi ha sempre divertito il “menage à trois” con Gala e Paul Eluard ai tempi di Cadaques così mirabilmente raccontati da Leonora Carrington. Ma ciò che di Dalì mi ha sempre affascinato e che considero davvero che la sua grande lezione artistica siano il cinema e la fotografia a partire dal  sommo capolavoro di Louis Bunuel, “Un chien andalou”. Nella mostra vista oggi alla Fondazione Sozzani, “Salvador Dalì, Jean Clemmer, un’incontro, un’opera”trovo ancora una conferma alla mia convinzione. Nel 1962, Salvador Dalì incontra il fotografo svizzero Jean Clemmer e insieme realizzano alcuni “tableaux vivants”. Si tratta di una serie di fotografie scattate a Ginesta, una modella presentata a Dalì nel 1962 proprio da Clemmer, sul tema della levitazione. Il set è quello della casa di Port Lligat sulla Costa Brava, con la povera modella appesa per i piedi per soddisfare tutte le bizzarrie della fantasia di Dalì che veste i panni di un novello Ermete Trimegisto. Ma l’influenza di Clemmer su Dalì non terminò qui, poiché il fotografo svizzero dopo qualche tempo gli presentò il regista Claude Joudioux con il quale nel 1964 girò “Le divin Dalì”, film ironicamente autocelebrativo purtroppo andato perduto le cui fotografie di scena sono anch’esse presentate nella prima sezione della mostra. Irresistibile lo scambio tra i due: “Clemmer, avete delle idee?” Chiede Dalì, “Si, moltissime e sicuramente Voi altrettante”, risponde il fotografo a Dalì che chiosa: “Se non ci arriviamo in due siamo degli imbecilli!”. Piccola e preziosissima mostra che inaugura la nuova modalità di visita alla (neo) Fondazione Sozzani: non più gratuita ma a pagamento, il prezzo da pagare (veramente basso e solo nei weekend), pur di non veder scomparire il magico cortile di Corso Como Dieci.

 

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