Idee

Racconti parigini

Nella mia biblioteca “parigina” non manca quasi nulla e non poteva mancare il libro curato da Corrado Augias dal titolo un po’ banale di “Racconti parigini” edito da Einaudi. Ammetto di nutrire per la divulgazione una spontanea antipatia poiché mi sembra una sorta di “scienza della superficialità”, ma ammetto anche che spesso mi sbaglio e che Augias ha messo insieme una preziosa antologia di racconti che ho letto con gran gusto. Si inizia con Honoré de Balzac con una turpe e oscura vicenda di una messa clandestina celebrata durante il periodo del Terrore; tanto di cappello alle atmosfere, peccato che di Parigi non descriva che il sentore rivoluzionario e anche il titolo risulta un po’ prevedibile, “La doppia vita di Parigi”. Non poteva andare meglio con il feuilleton di Eugène Sue, dal quale ci metteva già in guardia Gramsci nei “Quaderni”, nei “I misteri di Parigi”,ecco la descrizione dell’Ile de la Citè, più che pittoresca, direi burattinesca, dove malaffare e malavitosi sembrano pupazzetti di un presepio del crimine. Cosa attendersi anche dallo stucchevole Pierre-Alexis Ponson du Terrail che in “Rocambole” ci parla di una torbidissima ed infinita vicenda legata alla Grande Armée napoleonica e assai poco parigina? Per fortuna a riportarci a bomba compare Victor Hugo che, munito di tutte le più affilate armi della retorica romantica, ci avverte che “Chi non ha ballato, cantato, parlato, pregato a Parigi, non ha ha ballato, cantato, parlato, pregato affatto…” (85). Ma è con la descrizione iper-analitica di Emile Zola, definire fotografica sarebbe troppo poco, che si entra nel corpo vivo del volume. Il suo “Parigi” è una specie di dagherrotipo dove trascolorano tutti i riflessi della Senna, tutte le ombre dei ponti, tutti i dettagli di antri, sottoscala, anfratti, nulla sembra sfuggire a questo prodigioso scrittore “naturalista”, quasi un rilievo architettonico di John Ruskin o una tavola newyorkese di Matteo Pericoli. Il Guy di Maupassant di “Un’avventura parigina”, sembra invece interessarsi assai poco della città e molto di più delle pulsioni del protagonista. All’opposto di quella specie di “Street View” già proposta da Zola, ecco poi la Parigi impalpabile e nominalista di Marcel Proust. La festa letteraria a Versailles, altro non è che una parata dell’evocazione dove ai luoghi fisici sono preferiti quelli simbolici e dove la Parigi che amiamo veste, anzi, indossa i panni di Sarah Bernhard. Molto lirica e prosaica allo stesso tempo la passeggiata di Guillaume Apollinaire sulla collinetta di Passy (immortalata poi dall’indimenticabile “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci), di cui mi piace ricordare la ricerca da parte dell’autore dell’abitazione di Honoré de Balzac. Dopo Apollinaire ecco il più classico Simenon: “…Mezz’ora prima arrivando al Quais des Orfréves, Maigret aveva ricevuto la telefonata di un tale…” (145), e qui siamo già nella meta letteratura. Poco urbano e molto interiore il racconto di Irene Némirovsky dal titolo “Lo spettatore”, ma subito dopo ecco il capolavoro di Walter Benjamin, sui “passages” tratti da “Parigi capitale del XX secolo”, dove la vertigine del moderno prende corpo. Grandissima letteratura e grande sociologia, come non ricordare le parole indimenticabili di Benjamin: “…Chi avrà il coraggio di salire per la vecchia scala fino all’istituto di bellezza del Professor Alfred Bitterlin?” Poesia vera a fronte del bello, ma un troppo trionfalistico “Funzione di Parigi/Presenza di Parigi” di un insospettabile Paul Valery. Sulla scia dell’inarrivabile Benjamin è anche il racconto di Jean Cocteau dedicato ad una città nella città, ovvero il Palais Royal: “…Lo stile del Palais Royal non assomiglia a nessun altro. Lo si adotta poco a poco e poco a poco vi si rinuncia il meno possibile. Lasciarlo vuol dire andare in città…” (189). Di grande divertimento è poi la Parigi di Boris Vian, anzi più che Parigi, la Saint Germain des-Prés che Vian vede come un’isola abitata da autoctoni, assimilati, incuriositi e trogloditi (cioè la popolazione notturna delle “caves” dell’epoca esistenzialista). Una geografia umana descritta con dovizia di particolari e il solito humor nero di Boris Vian. Dopo Vian un’altro mostro sacro dell’ironia e della sperimentazione come Georges Perec con il suo “Tentativo di esaurire un luogo parigino” descrive quasi maniacalmente quanto accade in Place St. Sulpice tra le 10 e 30 del 18 ottobre 1974 e le 13 e 05 del 20 ottobre 1974; Perec annota tutto, dal mozzicone che vola trasportato dal vento, al bus 63 che passa o al carro funebre davanti alla chiesa. Chiudono le danze, un curioso Roger Caillois che racconta del tempo in cui i “bateaux-mouches” trasportavano pendolari anziché turisti con una bellissima descrizione del passaggio fluviale sotto la Bastille che tante volto ho percorso ed Enrique Vila-Matas che si cimenta sul racconto di un soggiorno al Ritz che appare molto diverso da quello proustiano. Grandi assenti del volume? Beh direi almeno due, entrambi flâneurs surrealisti: Louis Aragon del quale si sente la mancanza del suo incredibile “Le Paysan de Paris” e André Breton, con il cuore incendiato dall’amore per la sua Nadja errabondo in una Parigi notturna dove “…Ha avuto inizio tutto ciò che di meglio ho potuto conoscere…” Peccato.

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