Idee

Il possesso della bellezza

Dopo aver venduto la casa dei miei genitori acquistai un quadro di Abrham Pether, un paesaggista inglese della fine del Settecento.  Acqusitai anche un’incisione della scuola di Marcantonio Raimondi, presumibilmente di un incisore donna che doveva rispondere al nome di Sara Gessi. Erano due pezzi che andavano ad arricchire la mia piccola collezione d’arte. Non ho mai pensato a cosa avrebbe detto mia madre, ma qualcosa mi dice che non avrebbe disprezzato quella mia scelta. Quegli acquisti, fatti quasi in clandestinità e con grandi sensi di colpa, mi sono tornati alla mente oggi, mentre visitavo la collezione di Vittorio Sgarbi, le sue “stanze segrete”, esposta al pubblico da ieri presso il Castello di Novara. Non chiedetemi se la mostra “è bella” o non “è bella”, poiché si tratta di una domanda stupida, fatta solo da chi visita le mostre occasionalmente e solo seguendo l’eco che queste possano avere sui media o nei salotti televisivi. La collezione di Sgarbi è una collezione di grande pregio, ma occorre amare davvero la pittura, la scultura, il disegno per coglierne la raffinatezza. A parte qualche nome noto o molto noto come Lotto, Magnasco, Cagnacci, Hayez, Gemito, si tratta per lo più di autori cosiddetti “minori”, per usare un termine, che a ben guardare è quasi completamente privo di senso, poiché la pittura e la scultura italiana, soprattutto tra Cinquecento e Settecento, sono fatte proprio da un “tessuto” di autori meno conosciuti rispetto ai giganti dell’arte italiana. Una collezione non è una “mostra” e solitamente non ha tesi da sostenere o ipotesi da suffragare (anche se, ultimamente non si comprende bene se i curatori di mostre abbiano tesi da sostenere oppure espongano a casaccio tutto ciò su cui possono mettere le mani). Se c’è un filo rosso in questa mostra, è quello dell’amore per il collezionismo d’arte, una ricerca di “possesso della bellezza” e non solo in senso materiale, che Rina Cavallini, la madre del noto critico, ha coltivato per anni acquistando opere d’arte di grande pregio. Certo la Signora Rina avrebbe apprezzato il mio scellerato acquisto dell’Abrham Pether, una vita dedicata alla bellezza, una grande eredità che il figlio Vittorio porta in giro per l’Italia, come spesso hanno fatto i grandi collezionisti e grandi conservatori come Roberto Longhi, Bernard Berenson, Federico Zeri, solo per citarne alcuni. Qualche anno fa, quattro grandi personalità della cultura e dell’economia Augusto Graziani, Umberto Eco, Renzo Piano e Federico Zeri, pubblicarono per i tipi di Electa, uno studio che intitolarono “Le isole del tesoro”, alludendo al gigantesco patrimonio artistico italiano che, probabilmente, non ha pari al mondo. Ecco, se una chiave di lettura va cercata in questa grande collezione, è proprio questa, auspicare che l’Italia torni a fare l’Italia, mostri la bellezza e rinneghi la volgarità e l’abbrutimento, un monito, anche per questa città.

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