Idee

Politically correct e pregiudizio

Sempre più spesso si irride il linguaggio cosiddetto politically correct, diventato sinonimo di resa, di mollezza ipocrita in contrapposizione alla franchezza del “parla come mangi” ed alla libertà di espressione a dispetto di tutto. In realtà, parlare in modo politically correct significa semplicemente definire con rispetto e delicatezza particolari condizioni di salute, sociali e lavorative, o gruppi di persone che il linguaggio corrente etichetta in modo potenzialmente rude.

È vero che questa forma di riguardo verso il prossimo ha finito col generare anche locuzioni francamente ridicole, ad esempio quelle che definiscono professioni rispettabilissime anche prima, ma l’intento è in generale sacrosanto. Un esempio fra tutti i moltissimi possibili: fino a pochi lustri fa, una persona affetta da sindrome di Down poteva tranquillamente essere chiamata mongoloide nell’indifferenza generale. Oggi neppure il più rozzo fra noi se lo fa passare per la testa e di piccoli progressi di civiltà come questo non si può che essere contenti.

Il concetto di politically correct ha finito però col definire anche il modo in cui si affrontano argomenti potenzialmente spinosi avendo cura di non urtare la sensibilità degli interlocutori ed è proprio in questa accezione che è finito nel mirino dei benpensanti di inizio millennio. Che sia il colore della pelle o l’orientamento sessuale, la fede religiosa o la nazionalità, in troppi scambiano la maleducazione con la franchezza e l’offesa con un non meglio definito orgoglio nazionale. Chiamare negro con la g una persona che ha la pelle scura è spregiativo per ragioni storiche fin troppo ovvie, senza contare che,  tra l’altro, in Italia non parliamo spagnolo e per indicare il colore nero ci bastano quattro lettere. Nessuno ci ha mai chiesto di non festeggiare il Natale o di rinunciare alle nostre tradizioni, semplicemente è cosa gentile (e interessantissima) coinvolgere chi italiano non è condividendo usanze, ricette, colori, storie, in una parola, vita. Anche a Natale. Chi non mangia carne di maiale non ci fa dispetto e offrirgli un’alternativa non è una resa, è semplicemente normale. Si potrebbe continuare all’infinito, tanti sono gli esempi quotidiani di questa strana sindrome per cui qualunque concessione alla buona educazione viene vista come una resa e trasformata in strumento di odio.

In realtà, ciò che non ci somiglia, ovvero che non conosciamo abbastanza, tende a metterci sulle difensive e da lì a degenerare il passo è brevissimo, ma una soluzione ci sarebbe e viene da lontano: trattiamo il prossimo come vorremmo essere trattati. Sempre, dai rapporti familiari all’ufficio, dalla strada ai social, basterebbe questo: rispettiamo se vogliamo essere rispettati, trattiamo bene se vogliamo ricevere cortesia, sforziamoci se vogliamo aiuto. La reciprocità positiva (per quella negativa c’è la legge) è un linguaggio che tutti capiscono ed è un ponte formidabile sopra i pregiudizi e l’ignoranza.

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