Idee

Monet a Green Park

Londra, 13 maggio 2018. La “National Gallery” è una macchina per fare soldi e per farli mette in piedi mostre sempre di grande rilievo e con un taglio del tutto originale. È il caso di quella curata da Richard Thompson, professore all’Università di Edimburgo che, come me,  si deve essere stufato di andare in pellegrinaggio al Musée d’Orsay per vedere le quattro cattedrali di Rouen e la solita Rue Montergueil  di Claude Monet e quindi decide di smontare le collezioni private di mezzo mondo e saccheggiare numerosi musei da Ottawa a Frankfurt, da San Diego a Zurigo per organizzare qui a Londra “Monet & Architecture”, una “signora mostra”, messa insieme col fiuto del cacciatore e allestita per sostenere una tesi, come dovrebbe sempre accadere per ogni mostra che non si limiti solo ad esporre opere a casaccio. La tesi di fondo è che l’impressionismo di Monet sia lento. Alla faccia dei luoghi comuni che vogliono che la pittura “en-plein-air” sia una pittura “fresca” dal tocco veloce e, in fondo, poco riflessiva. Monet soppesa il tempo, ne valuta i ritmi, osserva meticolosamente i cambiamenti della luce e crea serialmente e senza sosta. E il risultato si vede: opere solo apparentemente “facili”, in realtà quasi una lenta trasformazione del tempo in colore, un cadenziare il ritmo della vita e del suo lento trapassare nell’eternità. La mostra della National Gallery raccoglie, di questa ricerca, i soggetti architettonici, una delle tematiche comune a molti impressionisti, che se erano pittori attenti alle “superfici” non erano certo pittori superficiali. L’esposizione presenta tre ricchissime sezioni: “The Village & the Picturesque”, dove possiamo saziarci di nevicate iridescenti a Honfleur, di villaggi olandesi o di falesie a Dieppe con puntatine ad Antibes e perfino a Bordighera, con una capacità di comprensione della luce da parte di Monet che ha qualcosa di semi-miracoloso. La sezione “The City & Modern” che oltre portarci a spasso sul solito “Pont Neuf” o sul “Quai du Louvre” ci mostra begli scorci di una Le Havre industriale e un favoloso “Ponte de l’Europe” a Parigi in pieno tormento e vitalità urbana ed industriale. Con la sezione “The Monument & the Mysterious” ecco il tributo di Monet a Rouen e alla sua misticissima cattedrale, che a me è sempre sembrata più un opera “redoniana” che un quadro impressionista. Il raffinarsi della ricerca sulla luce sembra portare l’artista ad una sorta di ipnosi mistica che lo conduce a consumare la materia, nella maniacale osservazione della facciata e del suo portale. Che Monet fosse un pittore urbano almeno allo stesso modo di quanto fosse “campagnard” lo aveva già intuito John Rewald nel suo classicissimo e storico volume sull’Impressionismo, così come scandalosamente affermò, a ragione, che la figura umana creava all’artista non pochi imbarazzi. Del resto le sbilenche figurine che attraversano il Pont Neuf la dicono lunga. C’è poi Venezia, con San Giorgio, il Canal Grande e tutto l’armamentario da laguna incantata, dove fare i conti con evanescenze e riflessi è d’obbligo. I quadri dipinti a Londra sono poi completamente dedicati al Tamigi, alle sue fantasmatiche foschie, alla mole inquietante ed evanescente di Westminster che si riflette nelle acque e poi ancora al Waterloo Bridge e al Charing Cross Bridge. Del resto, per un impressionista, dipingere un paesaggio senza acqua sarebbe stato come per uno scultore neoclassico scolpire figure vestite.  Ma a proposito di Londra, sapete dove soggiornava Claude Monet? Qui davanti a me, nel sontuosissimo Hotel Savoy che vedo dalla mia finestra ora. Naturalmente la National Gallery non permette che si fotografino le opere: giusto o sbagliato? Non so, ma per questa volta vi dovrete accontentare di una mia fotografia di Monet che ho incontrato a Green Park. A domani…

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