Idee

L’uomo che cambiò la sua calligrafia

Per togliervi qualsiasi dubbio quell’uomo sono io. È una lunga storia, ma qualcuno dovrà pur raccontarla e visto che la conosco solo io, la racconterò io. Da bambino scrivevo molto bene; del resto c’è poco da stupirsi visto che alle scuole elementari, il mio maestro, il Professor Gianfranco Maini da Cameri, aveva istituito delle piccole onorificenze per noi alunni. In realtà si trattava di “cavalierati”. Il maestro infatti insigniva, ogni anno, tre o quattro alunni del titolo di cavaliere di qualche cosa.

C’era infatti il “Cavaliere dell’Aritmetica”, il “Cavaliere delle Scienze Naturali”, quello del Disegno e, naturalmente il “Cavaliere dell’Ortografia e della Bella Scrittura”. Posso dirvi subito che fui insignito per ben due anni di quest’ultimo, ambito riconoscimento: anno scolastico 1967/1968 e 1968/1969. Tenendo conto che il maestro Maini restò con noi solo tre anni, fu un successo grandioso. Non solo scrivevo con acume e raziocinio grammaticale, ma la mia scrittura era anche “bella” (come dice il termine stesso di calligrafia nel suo etimo greco).

Altro che ”tvb”, “msg” e via dicendo! Il nastrino bianco e blu che decorava la manica sinistra del mio grembiule era la prova visibile del cavalierato. Poi andai alle medie e lì fu un disastro. Diventai assiduo frequentatore dell’ufficio della preside che, nel mio ricordo di oggi, era la copia conforme della direttrice Gertrude del collegio di Gian Burrasca e, naturalmente io ero Giannino Stoppani. Fu così che incominciai a scrivere, da disperato, in maniera svogliata, come si diceva una volta “a zampa di gallina”. Non mi piaceva andare a scuola. Testimonianza di quel periodo potrebbero essere le pagine del diario di qualche mia compagna alla quale scrissi una dedica, come si usava in quegli anni. Mi rimase una pessima calligrafia anche durante gli anni del liceo artistico, ma quell’ambiente creativo mi stava facendo tornare il desiderio di segni grafici ben confezionati, gradevoli, nitidi. Poi in un giorno di gennaio del 1978 accadde l’imponderabile: chiesi in prestito il quaderno degli appunti di filosofia alla mia compagna Monica Racca da Biella. Aveva una scrittura con un andamento molto inclinato tanto che le aste discendenti e quelle ascendenti (per intenderci quelle dell “q” o delle “g” e quelle delle “t”), erano lunghissime e le “else” delle “t” (cioè la barra che taglia la “t”), molto prolungate anch’esse. Mi innamorai all’istante (della calligrafia, non di Monica Racca) e la feci mia (non Monica Racca ma sempre la calligrafia). Ma c’era un piccolo problema: quella non era la mia calligrafia, era la sua e quindi decisi di imparare a scrivere come lei, così, di punto in bianco.

Adottai uno stampatello inclinato, vietatissimo a scuola e condannatissimo da psicologi e grafologi, considerata una calligrafia da disturbati mentali, da devianti e, in fin dei conti, da depravati. E così il nove gennaio del 1978 decisi di diventare un depravato. Lo sono ancora oggi, dopo quarantuno anni di onorata carriera scrittoria, ma tanto ormai esercito la mia perversione solo tra le mura domestiche. Il computer e la scrittura elettronica mi hanno salvato dalla derisione, dalla vergogna e finanche dal pubblico ludibrio a cui sarei stato sottoposto con il mio “stampatello biellese”.

Ve ne posso però donare un campione fotografico di tipo “lombrosiano”, quello che potete vedere qui sopra. Siate magnanimi…

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