Idee

Lucy. La speranza

Il 24 novembre del 1974, il paleontologo Donald Johnson a bordo della sua Land Rover, ad Hadar in Etiopia,  scoprì quasi per caso dei resti ossei, per essere precisi il resto di un’ulna, probabilmente di una scimmia. Proseguendo nella sua escursione, poco più avanti si imbatté nelle ossa di una gamba e poi in alcune ossa toraciche.

 

 

 

Johnson faceva parte di una spedizione  alla ricerca delle tracce dei primitivi insediamenti umani nel continente africano. Fu una scoperta importante poiché da quelle ossa dedusse che quella scimmia in realtà aveva qualcosa di diverso, ossia la posizione  eretta: da qui anche la teoria che la tipologia  locomozione possa essere stata uno dei principali motivi della evoluzione umana. L’animale entrò nella categoria denominata “Australopithecus Africanus” e fu anche prima evidenza scientifica che dimostrava che l’evoluzione umana poteva aver avuto origine in Africa (con buona pace dei razzisti contemporanei).

Al ritorno al campo base, Donald Johnson festeggiò la scoperta con una bicchierata in compagnia dei suoi collaboratori. Donald, aprì anche il portellone della sua Land Rover ed infilò una cassetta nel mangianastri dell’auto; era una cassetta dei Beatles, dagli altoparlanti uscirono le note di “Lucy in the Sky with Diamond”. Da quel 24 novembre del 1974, la nostra scimmia ominide e progenitrice fu battezzata Lucy.

Ho appena terminato la lettura di questa strana “graphic novel” pubblicata da “Comicon Edizioni” nel 2017 e dedicata proprio a lei, alla nostra antenata scimmietta. “Lucy, la speranza” è stata disegnata da Tanino Liberatore, uno dei più grandi fumettisti italiani di tutti i tempi e sceneggiata, con qualche “scientismo” di troppo,  da Patrick Norbert. Un fumetto decisamente diverso dal consueto, sia per la tematica che per l’utilizzo di una grafica elettronica di grande impatto. La vicenda semplice e lineare ci racconta della maternità di  Lucy, del suo innamoramento per uno scimpanzé e della sua decisione di non seguirlo per restare con il gruppo e difendere la specie, anziché affidarsi alla sua cura.

Una maternità autocosciente e indipendente che sembra preludere alle rivendicazioni femministe. Tavole di non facile lettura vista la complessità analitica del segno grafico, la compulsiva dinamicità delle figure, l’apparente uniformità dello “story board”, ma i realtà un grande  prodotto grafico ed un progetto complessivo di grande raffinatezza. Un’altra indovinata lettura per l’estate (ma anche per l’inverno).

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