Idee

L’otto marzo festeggiato in ritardo

Mi ricordavo che era Natale solo quando si rompeva il miserabile giocattolo che mio nonno mi aveva regalato. Era una macchina di latta grande come una scatola da scarpe con il cofano metà giallo e metà rosso; una specie di Volkswagen un po’ sbilenca. Le ruote erano di bachelite e nemmeno perfettamente circolari, tanto che il suo andamento era sussultante. All’interno era priva di qualsiasi finitura (sedili, volante o altro). Insomma era un giocattolo per modo di dire.

Quel giorno di Natale i nonni erano raggianti, in particolare il nonno. Quando mi diede l’automobilina mi abbracciò ed io sentii che oltre al dono, mi veniva trasmesso amore. Poi l’automobilina si ruppe; una delle quattro ruote andò per conto suo. Quando la portai al nonno, lui cercò di rimettere la ruota al suo posto ma non ci riuscì, anzi si bucò un dito con il cacciavite. Il nonno imprecò contro di me che piangevo, contro l’automobilina e perfino contro Gesù bambino che me l’aveva portata.

E così maturai l’idea che il Natale portava con sé un certo rischio. Mi ricordavo che ero stato al mare solo quando tornavo a scuola. Non erano proprio vacanze, almeno non come le intendiamo oggi; diciamo che “stavamo al mare” visto che le mie zie abitavano nei dintorni della spiaggia di Mondragone che raggiungevamo in bicicletta. Stavo sulla spiaggia in canottiera seduto nella sabbia (e la cosa mi faceva anche un po’ schifo poiché certamente a Novara non avrei potuto stare seduto nella terra; al mare invece si poteva e non mi sono mai spiegato il perché). Però tutto sommato era piacevole: aria fresca, sole caldo, il rumore del mare.

Era bello. Poi però mi accorgevo che la festa finiva quando tornavo a scuola senza aver svolto i compiti estivi e la burbera maestra mi diceva: “Non hai studiato vero? Sei un gran somaro! Siediti all’ultimo banco!”. Mi accorgo sempre della “Festa della donna” quando qualcuno prende il macete o una tanica di benzina e rincorre la propria compagna o la propria mogli o ex-moglie per farla a pezzi. Magari è il 17 aprile, il 6 giugno o il 22 ottobre e magari quello che corre con in mano il macete o la tanica di benzina, è uno che aveva portato le mimose, era entrato in ufficio e aveva fatto gli auguri alle colleghe. A me le feste non sono mai piaciute. Le feste sanno di “occasionalità”. Lo dice anche la cosiddetta “saggezza popolare”, passata la festa… Non farò gli auguri a nessuna donna, li farò solo a me stesso.

Mi auguro di ricordare sempre che le donne sono coloro che ci dànno la vita, coloro che ci proteggono e che ci amano, qualche volta ci feriscono o ci detestano, ma che quasi mai ci usano violenza, ci torturano, ci ammazzano, mi auguro di ricordarmi sempre che sono molto spesso migliori degli uomini. Mi auguro di ricordamelo domani, il 17 aprile, il 6 giugno, il 22 ottobre…

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