Idee

L’arte sopravviverà alle sue rovine

Spesso è arduo raccontare, se non proprio riassumere, un testo e, ancora più arduo, se il testo è la raccolta di una serie di lezioni; quasi impossibile se, a tenere le lezioni, è un artista che ha fatto del pensiero la materia della sua produzione e, a sua volta, ha ‘prodotto pensiero’ attraverso le opere.

Del resto in ‘L’arte sopravviverà alle sue rovine’ (Feltrinelli), Anselm Kiefer non ne fa mistero “…L’arte è entelechia, deriva dall’unione perfetta tra il materiale e lo spirituale, anche nelle espressioni all’apparenza più rudimentali…” Così raccontare le lezioni che Kiefer tenne al Collège de France tra il 2010 e il 2011 non sarà semplicissimo, ma vale la pena farlo per quei pochi, ma fedeli “followers”che mi seguono nelle scorribande nel mondo dell’arte. Perché ‘L’arte sopravviverà alle sue rovine’?

In realtà la spiegazione, al di là dei suoi i suoi presupposti eziologici e delle sue conseguenze escatologiche, è piuttosto semplice: l’arte è una dialettica umana e come tutte le dialettiche umane tende al continuo mutamento. Qualsiasi movimento o concezione artistica è stata contraddetta nei suoi fondamenti e nelle sue applicazioni, da quelle successive, ma in questo “gioco al massacro” l’arte è sempre rinata sulle rovine che ha procurato. Kiefer è un artista a suo modo mistico, basta sentirlo raccontare: “… A volte mi capita di seppellire i quadri sottoterra. Li inumo e sopra sistemo una campana con cui possano manifestarsi, segnalare la loro presenza…” (pag. 39), ma allo stesso tempo un acutissimo indagatore delle dinamiche artistiche; ed è proprio questa sua doppia veste di sciamano dell’arte e fine teorico che fa delle lezioni del Collège de France un testo preziosissimo.

In particolare Kiefer sembra voler approfondire la tematica dell’astrazione e in particolare del suo divenire; il passaggio ove la figurazione sembra evaporare per lasciar posto al lirismo astratto tenendo sempre fermi convincimenti religiosi e immagini mistiche: “… Mosé scende dalla montagna dopo aver cercato di scolpire il Decalogo nella pietra, tra cui il comandamento: ‘Non ti farai immagine alcuna’…” (pag. 166). È evidente che l’astrazione è per Kiefer molto di più che una mera ricerca formale, ma mette in gioco addirittura la coscienza del sé e l’incommensurabilità del divino e delle scintille che ne sopravvivono nell’umano.

Tutta questa disamina prende avvio da un celebre disegno di Victor Hugo, “Il mio destino”, dove una gigantesca onda sta per infrangersi, ma dalla quale alcuni spruzzi d’acqua dalla cresta sembrano voler tornare i dietro. L’onda è qualcosa che “accade”, l’onda è un divenire, il finito  è un indebito confine. Anche i celebrati covoni di Monet o le sue famose cattedrali, altro non rappresentano che l’irrapresentabile: “…Monet ripete lo stesso soggetto e il suo interesse non è più rivolto all’oggetto in quanto tale, ma a quel che sta in mezzo, a ciò che muta durante la realizzazione…” (pag. 170). È il processo e l’irrealizzato, l’astratto intangibile ad attrarre fatalmente l’artista. Del resto questa voglia di penetrare l’opera, per sentirne le risonanze intime, Kiefer la rende possibile anche nei suoi grandi studi e laboratori disseminati in mezzo mondo, dove lo studio dei materiali, il piombo prima di tutto, ma anche la carta, i tulipani essiccati, le foglie e le terre calcaree, si combinano e si completano con la contemplazione estetica di grandi spazi, cunicoli sotterranei, proprio dentro la madre-terra. Basta ricordare l’anfiteatro di container di La Ribotte e soprattutto il leggendario sottosuolo di Barjac sulla cui fotografia si chiudono questa serie di memorabili lezioni di uno dei più grandi artisti   contemporanei.

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