Idee

La venere della plastica

Enrica Borghi è una mia cara amica. Ci conosciamo da quarant’anni, abbiamo lavorato insieme e temo di non poter essere obiettivo. Enrica ed io ci siamo raccontati tante cose nelle fascinose aule del liceo artistico di Novara. E, perdonerete se per una volta, invece della solita pretenziosa e saputella “recensione”, mi abbandonerò anche a qualche considerazione e ricordo personale, come quando, molti, molti anni fa, mi parlava dei suoi bigodini. Mi diceva di essere caduta in tentazione e di essersi fatta una fotografia coi bigodini; non era tempo di selfie, quindi invece di un selfie, ci si faceva un “autoscatto”. Un giorno mi parlò di una sua tentazione che adesso, dopo tanti anni, posso anche rivelare; entrò nell’aula dove l’aspettavo e mi disse: “Ascolta Mario, e se per una seratina piccante una donna si presentasse con indosso solo un sacco della spazzatura?” Sapeva che a me le bizzarrie erano sempre piaciute. Le dissi che era un’idea molto originale, molto oltre il fetish più commerciale: lei ha sempre avuto una smodata passione per la “monnezza”. La sua  “Stele di Rosetta” era la bottiglia di plastica, il suo Bulgari era il tappo della Fanta. No, non credo che Enrica si possa definire un’ecologista; Enrica non saprebbe che farsene del “Mater Bi” che si autodistrugge, lei ha proprio bisogno della plastica e più è dozzinale, più le piace. Lo dice bene, nonostante il titolo poco azzeccato, la bellissima mostra ospitata nel Castello di Novara. La plastica le piace perché dura, così come sono destinate a durare e a stupire ancora le sue creazioni. Solo lei mi capiva quando dicevo che le cose più belle Andy Warhol le ha scritte, non dipinte; in comune avevamo la passione per il diario dove Andy descrive le operazioni di pulizia della casa e dove il “Brillo” contava di più del Gruppo del Laocoonte o del  Torso del Belvedere. Enrica però non è un’artista “pop”,  lo sono stati già in troppi. Lei è un’artista post-bachelite, una poetessa del dopo-Salvarani, quando le materie plastiche hanno cominciato a non essere più una fragrante novità e sono diventati oggetti banali. E il genio sta nell’averlo capito prima di molti altri. Non mi stupii poi molto quando vidi il suo abito blu di bottiglie esposto al MAMAC di Nizza, uno dei musei di arte contemporanea più importanti di Francia. Gli unici pezzi che mi mancavano ancora erano le “venus of the nails”, poiché quando ci frequentavamo, la follia umana non aveva ancora visto la diffusione di massa delle unghie finte. Allora non fatevela scappare questa mostra di una genialissima “casalinga”. Sono sicuro che le piacerebbe molto essere chiamata così…

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