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La truffa dei diamanti

Al grande pubblico comincia ad arrivare in queste ore la notizia della truffa dei diamanti. Ne parlano molti giornali, per via di copiosi sequestri preventivi di somme scattati ieri, 19 febbraio, presso le due società di settore che li vendevano ed alcune grandi banche che li “piazzavano” agli sportelli.

Negli ultimi anni qualcuno se ne era già occupato, fra l’altro anche una bella inchiesta di Panorama l’anno corso. Traggo però spunto da un articolo del Sole 24 ore del 14 novembre 2018, perché commenta quella che allora pareva essere la notizia, ossia la multa antitrust alle banche, confermata dal Tar: «… in particolare, riguardo alla prima violazione, l’Agcom aveva contestato le comunicazioni relative: al prezzo di vendita dei diamanti; all’andamento del mercato e all’aspettativa di apprezzamento del valore futuro dei diamanti; alla facile liquidabilità e rivendibilità del diamante; alla qualifica di leader di mercato del professionista. Con riguardo alla seconda violazione: la predisposizione di condizioni di compravendita che violano i diritti dei consumatori in materia di diritto di ripensamento, il quale è menzionato genericamente, senza allegazione del corrispondente modulo di recesso, e le modalità di esercizio del quale vengono limitate all’invio di una raccomandata. Per il Tar le banche conseguivano una provvigione pari ad una percentuale dell’operazione conclusa tra il 10% e il 20%, «valore il cui importo non si concilia con la pretesa natura indennitaria».

Il Tribunale insiste poi sul ruolo attivo dei funzionari nella vendita dei diamanti presso i risparmiatori, così rafforzando nel cliente l’idea che la «banca fosse il suo interlocutore».

Ecco il punto vero, a prescindere dai risvolti penali che stanno invece emergendo in queste ore, e di quelli di bilancio (perché soprattutto Ubi e Banco Bpm, meno UniCredit MPs e Intesa dovranno rimborsare migliaia di clienti, da qui i sequestri); ecco la magagna morale e deontologica delle banche che hanno lucrato pare centinaia di milioni di commissioni. Come spiegava già a Novembre Il Sole commentando I provvedimenti Antitrust confermati dal TAR del Lazio: le banche si sono prestate a far credere ai propri clienti che la banca fosse garante di un mercato liquido ed affidabile dei diamanti proposti. E lucravano commissioni, pare, dal 10 al 20% riconosciute loro dalle due società venditrici dei diamanti. Un nuovo bengodi per le esauste reti retail di certe nostre banche. Alcune però meno di altre, va detto.

Intesasanpaolo si è vista sequestrare il 19 febbraio appena 11 milioni. Ha piazzato pochissimi diamanti, ha già indennizzato molti clienti. Pare poche centinaia. Deve essersi distratta qualche mese, e subito ravveduta. Per altre banche si parla invece di migliaia e migliaia di clienti, con rimborsi prevedibili di centinaia di milioni. Gli utili di un paio di esercizi se non compromessi molto limati. Ma il punto è squisitamente etico, sul fronte penale altri ci penseranno e speriamo che non emergano reati.

Per una nostra riflessione basta leggere la chiara sanzione dell’Antitrust, confermata da due gradi di giudizio amministrativo: serve ad illuminare un pessimo modo di far banca presso i propri clienti. Scorretto, con oggettiva rapacità di breve termine. Voglia di far soldi in fretta e con poco rischio, con mera intermediazione, arricchendo il conto economico della Banca tramite attività di scarsissimo contenuto professionale e corto respiro. Dilapidando il già esile patrimonio relazionale e reputazionale.

Anche questa economia e finanza, come dicevamo in un blog precedente (sul profitto cercato con puro trading rapido e “senza volto”) mi pare abbiano un cattivo odore. È possibile fare affari e profitto, ma in altro modo. Rispettando i clienti e la relazione di lungo periodo.

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