Idee

La tragedia del vendicatore

“Chi vive senza ricordi, vive meglio” dice Vindice sul finire della tragedia. E non può essere che così poiché “La tragedia del vendicatore” di Thomas Middleton non lascia scampo a nessuno. Il teatro di Middleton è stato riscoperto negli ultimi anni in Inghilterra e negli Stati Uniti; contemporaneo di Shakespeare e anche suo collaboratore, ma assai meno noto, ebbe un certo successo in patria. Per non tediare nessuno, si potrebbe dire che le tragedie di Middleton sono tragedie shakespeariane, private dei sentimenti, che vivono solo della meccanica che questi sentimenti producono nella dialettica umana: ambizione, orgoglio, convenienza, ma soprattutto vendetta. La trama di “The Revenger’s Tragedy,  nella ottima versione italiana di Stefano Massini, è ambientata in una non meglio precisata corte italiana dove Vindice e Ippolito, figli di Graziana e fratelli di Castizia, complottano poiché Vindice vuole vendicare la morte di Gloriana, sua promessa sposa, stuprata e poi uccisa dal duca. Con l’aiuto di Ippolito, che è valletto di Lussurioso figlio maggiore del duca, Vindice viene introdotto a corte. Ippolito svela che Lussurioso ha richiesto un individuo losco e viscido per un affare da concludere e ha pensato a lui. Vindice coglie l’occasione e si presenta, sotto le mentite spoglie di Piato, a Lussurioso che gli confessa di voler sedurre la vergine Castizia sorella di Ippolito; su questa basica storia di vendetta se ne intrecciano altre, dei personaggi minori della tragedia, che confluiranno tutte nel sabba finale di morte dove tutti uccidono tutti.  Il teatro di Middleton appartiene a un genere che sembra quasi sconfinare nell’horror o addirittura nello splatter e che gran successo aveva anche tra i ceti popolari nell’Inghilterra Elisabettiana. I personaggi, apparentemente appena abbozzati possiedono in realtà la finezza di figure retoriche personificate dagli stessi attori: Vindice, il vendicatore, Castizia, la sua casta sorella, poi i figli del Duca, Lussurioso, Ambizioso, Supervacuo, Spurio, tutti nomi derivati dal grande dizionario italiano-inglese di John Florio; personaggi vagamente da teatro didattico brechtiano, più che corifei della tragedia greca. Anche l’ambientazione, in una corte  italiana del Rinascimento, oltre a dirla lunga sulla fascinazione che l’intrigo aveva sui commediografi inglesi, Shakespeare compreso, spiega quanto potesse essere stata feroce la censura nell’Inghilterra elisabettiana, tanto che si preferiva non ambientare i drammi in patria.  Attori a tratti forse un po’ acerbi, ma che si riscattano nella climax della tragedia. Vincente la scelta di una recitazione tutta da proscenio,  con finestre che si aprono su fondali che ritraggono grandi personaggi delle corti italiane in celeberrimi dipinti rinascimentali. Sarà per il dramma di Middleton, sarà per l’uggiosa sera autunnale, ma sulla scena dello Strehler si sentiva aggirarsi anche un fantasma buono, quello di Luca Ronconi che sembrava voler guidare la mise-en-scene di Declan Donnellan

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