Idee

La mente inquieta

L’Umanesimo è una vecchia passione di Massimo Cacciari e in particolare il suo “nucleo tragico” se così vogliamo chiamarlo, quel nucleo del pensiero fortemente anti-dialettico che lo caratterizza per molti dei suoi aspetti, soprattutto quelli estetico-artistici a svantaggio di quelli retorico-filologici. Il volume, fresco di stampa ed edito da Einaudi è una serrata disamina del periodo che si apre con il tentativo di infrangere la convinzione che l’Umanesimo non sia solo un’epoca di grandi innovazioni estetiche (del resto basta ricordare quello che scriveva molti anni fa Erwin Panofsky nel suo indimenticabile “Rinascenze e rinascimenti nell’arte occidentale”), ma un “unicum” supportato da ineludibili “studia humanitatis”.

Una sostanziale incomprensione (o sottovalutazione), dei filologi ha avuto un peso determinante nello spiegare l’estrema difficoltà che ha incontrato la filosofia contemporanea nel cercare di dar conto del pensiero dell’Umanesimo. Nessuna cosa, insiste Cacciari, potrà essere conosciuta dall’uomo se non attraverso la potenza del linguaggio, dono divino. Qui sta davvero l’acquisizione filosofica fondamentale dell’Umanesimo: non abbiamo a che fare con ‘dati’ ai quali adattare le convinzioni linguistiche. Abbiamo a che fare soltanto con fatti, cioè eventi, situazioni, drammi, che sono in quanto da noi espressi, introiettati, agiti. Si tratta della cosa che il greco chiama “pragma”. “Filologia ha nascita terrena, ma il suo intento ereditato dalla madre Phronesis, è salire alle stelle (…) Ella non può certo rappresentare una disciplina tra le altre, ma sarà chiamata a riassumere in sé l’insieme delle arti liberali…” (pag. 37) È indubbio che la “forma locutionis” innata in noi è la condizione del nostro poter parlare ogni idioma.

Ed è proprio la filologia che deve informare anche le altre arti a cominciare dall’architettura e, in particolare, da quella albertiana. Anche in architettura infatti senza lo studio del testo classico, senza la conoscenza del monumento antico, non potrebbe nascere una scienza ‘cumauctoritate’. Scrive Cacciari: “Se però ci chiedessimo quale disciplina sia fondamentale per l’architetto umanista, dovremmo indicare proprio la filologia…” (pag. 52) Alberti e Machiavelli sono tra i primi a riconoscere che senza “fortuna” anche lo stato o la scienza che si tempra alla più dura disciplina, non potrebbero esistere. Come in Petrarca, anche Alberti è consapevole della fragilità umana, da qui l’importanza della fortuna. Ma è nel capitolo intitolato “La pace impossibile” che Cacciari tocca l’apice della sua ricerca sui tormenti e le speranze dell’Umanesimo quattrocentesco. Vale la pena si ricordare queste indimenticabili parole: “…Quale filosofia potrebbe mai corrispondere a un così alto impegno? Come la mediazione e la contemplazione potranno diventare degne di farsi sedi e ospiti del Rex gloriae? Solo dimostrando l’essenziale analogicità che rivive nel profondo, nell’essenza di ogni tradizione e delle diverse scuole, una volta che esse vengano emendate dall’accidente dei loro errori. Vi è una corda che accorda il cuore delle vere filosofie; esse sono distinte espressioni di un eros comune.

Tutte è necessario considerare, tutte comparare e misurare come per Alberti edifici e rovine dell’antica Roma, non per giungere ad astratti principi che ne eliminino la polifonia, bensì per esaltarne l’amicizia. Alla loro radice è la pace.” (Pag.78-79). È insomma la sapienza umanistica “che bisogna ricorrere per soccorrere alla finitezza dell’esserci gettato nel possibile” per superare quella discordia che permane in noi. Conclude Cacciari: “Mai separare il filo cui anela lo Iuvenis dell’Oratio nella speranza di inaugurare un nuovo ordine in cui si sposino “‘conversio’ e ‘metanoia’, dall’Angelo della Melancholia…” (pag. 85). Ma è in questo passaggio, in questo momento di crisi, che emerge lo straordinario e vivo complesso di contraddizioni e illuminazioni, di aporie e di saperi, a volte davvero ‘eversivi’ rispetto ad ogni ‘auctoritas’, che forma il dramma dell’Umanesimo.

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