Idee

Il tifo non è una guerra

Non è che fino a qualche anno fa nessuno si arrabbiasse con gli arbitri e di sicuro nessuno manifestava il proprio disappunto con modi da lord inglese dell’ottocento, anzi. Dal divano di casa alla macchinetta del caffè in ufficio, dal bancone del bar allo spogliatoio della palestra era tutto un fiorir di congetture boccaccesche sul mestiere della mamma e sui passatempi della moglie dell’arbitro che non aveva visto un rigore, aveva fischiato un fallo inesistente o annullato un gol sacrosanto. Solo che, appunto, tutto rimaneva circoscritto al contesto in cui avveniva la discussione. Mancava la componente del narcisismo da social, quel gusto perverso di spararle grosse sperando che rimbalzino più lontano possibile, che invece è, più o meno inconsapevolmente, alla base di gran parte di ciò che ogni giorno scriviamo e affidiamo alla rete.

Lo sfottò è diventato guerra di parole, i tifosi avversari sono nemici, le parole volano pesanti e contribuiscono ad avvelenare un’aria già abbastanza malsana di suo. Siccome credo che nessuno sia del tutto immune dal virus del tifoso che eccede, men che meno io, mi sono autoinflitta qualche paletto che mi sto impegnando a rispettare.

1.       Il calcio professionistico muove interessi enormi, è un’industria molto più di quanto sia uno sport e ha bene o male la stessa credibilità del wrestling americano. Non vale assolutamente la pena di prenderlo sul serio, né di prendere sul serio le gioie e i dolori che procura.

2.       I tifosi, quelli veri, non scelgono la squadra da seguire: per loro decide il cuore e al cuore non si comanda, men che meno nel calcio. Ergo, l’amico juventino o milanista, il tifoso sfegatato del Napoli o il granata a oltranza non hanno più colpe di quante ne abbia io nell’essere interista. Non sono nemici, non lo sono mai, nemmeno quando le rispettive squadre fanno a cornate.

3.       Lo sfottò è il sale delle partite, quindi vietato offendersi, anche quando gli animi sono surriscaldati e si pensa di aver ragione. Non trasformiamo un divertimento in un esercizio di ipocrisia bon ton.

4.       Le parole sono importanti e un insulto è un insulto. Il fatto che siano “in senso calcistico”, come diceva un signore l’altro giorno, mi pare il minimo, visto che spesso fra contendenti non ci si conosce, ma rimane il fatto che sono un’offesa rivolta alla persona che la riceve, quindi no. Gli insulti no.

5.       Come in politica, anche nel tifo le generalizzazioni sono stupide e identificano come tale anche chi le usa.

Funziona? Per ora sì, si possono dire le cose anche senza imbracciare la clava e soprattutto ci si può divertire anche senza sangue agli occhi. In sintesi, Forza Inter.

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