Idee

Il sarcofago di Spitzmaus

Sembra proprio che Miuccia Prada e Patrizio Bertelli ci abbiano preso gusto e con loro, anch’io. Dopo che Luc Tuymans  ci ha presentato, sul finire del 2018, la sua “compilation” barocca, adesso è la volta di Wes Anderson e della moglie Juman Malouf che ci presentano la loro personale “Wunderkammer”, messa insieme previa spoliazione di due magnifici musei viennesi, il Kunsthistorisches Museum e alcuni dipartimenti del Naturhistorisches Museum. Il risultato è, a dir poco, strabiliante e credo che questa sia una delle più belle mostre visitate quest’anno a Milano (ma anche tra quelle viste a Parigi e Londra). “Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori”, edizione milanese dopo quella viennese dello scorso anno, lascia storditi per la bellezza e il fascino della bizzarria delle opere esposte. Certo, dietro alla intraprendenza di Wes Anderson e Juman Malouf, c’è anche la collaborazione scientifica dei curatori dei musei  viennesi e, in particolare, di Jasper Sharp. Tutto incomincia da un rapporto d’amore dei due intellettuali con il museo, meta di visite ripetute e continue. Anche se Wes Anderson nella nota che accompagna il catalogo, si schermisce, è evidente che molto del merito della costruzione di questo percorso nell’incanto vada proprio a lui. Ma cos’è o chi è “Spitzmaus”? Si tratta del sarcofago egizio di un toporagno, del IV secolo a.C. Un pezzo, come spiega Jasper Sharp nel catalogo, che nessun visitatore nota, mentre Wes e Juman gliene avevano parlato come se si trattasse di un capolavoro assoluto. Ed in effetti l’oggetto è fortemente “iconico”perché contenente, probabilmente, un animaletto considerato divino. Tutta la Wunderkammer sembra ruotare attorno ad esso, ma allo stesso tempo una irresistibile forza centripeta spinge il visitatore nei cubicoli che sembrano ricreare un museo-casa di bambola, abitato da esseri misteriosi, come una fauna e una flora “bizarre” con la quale trasecolare, stupire, rabbrividire. Strumenti musicali, attrezzi, clessidre, fossili, animali impagliati, dipinti inquietanti. Non si saprebbe da dove incominciare a raccontare questa incredibile accozzaglia di meraviglie. Magari dalla armatura per bambino del 1570 in ferro e pelle, fatta ad Innsbruck e proveniente  dalla armeria imperiale, o magari dalla miniatura di un kayak con le sue attrezzature, costruita dagli Inuit verso il 1906 in legno, osso e intestino di foca. O magari dall’incanto della serie di oggetti d’arte sui toni del verde (una delle tante chiavi di lettura presenti nella mostra), che comprendono corni, vasi cinesi, bottiglie di giada, scarabei verdi, conchiglie… L’inventario del possibile e anche dell’impossibile. Ma se la feluca piumata di un generale dell’esercito imperiale asburgico potrebbe essere un oggetto scelto da Wes Anderson, la custodia per Crocefisso del XVII secolo, potrebbe essere stato aggiunto da Juman Malouf, perché il gioco è proprio questo: scegliere e comporre un mondo non immaginario, ma immaginato da tutti committenti, artisti, collezionisti e, perché no, curatori di musei che hanno voluto rendere piacevole e ricca di senso la nostra (a volte), inutile presenza nel mondo. Scrive con la solita caustica ironia Wes Anderson nel catalogo: “…La mostra è il culmine di alcuni anni di negoziazioni pazienti e frustranti e di momenti di amarezza, di rabbia, discussioni, confronti a volte totalmente irrazionali; ambiguità e stratagemmi spesso machiavellici. Forse anch’io ho delle colpe come Juman, ma ne dubito. Lei è persino convinta che questo breve testo sia stata una sua idea…”. Che dire? Forse solo che “…È del poeta il fin la meraviglia”. Wes e Juman lo sono.

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