Idee

Haruna Kuyateh & Ararat Ensemble Orchestra

In fondo bastano due strumenti per evocare la nostalgia e quando si parla di nostalgia, solitamente si parla della nostalgia di tempi andati o di luoghi lasciati. Bastano un violino ed una fisarmonica. La fisarmonica ci parla di nomadismo e anche di casa nostra, il violino ci parla di nostalgie yiddish, di “shtetl” lasciati, ma anche di aspre coste bretoni o irlandesi. Ma sabato sera nell’ex caserma Passalacqua, Nicola Arata con la sua imponente “Ararat Ensemble Orchestra”, ha voluto fare di più, molto di più, mettendo al centro della scena un grande musicista del Gambia, HarunaKuyateh. Vale la pena ricordare la formazione del gruppo:  HarunaKuyatehkora e voce, Michele Branzoli flauto, Giovanni Lanfranchi violino, Piero Geymonat fisarmonica e direzione, Filippo Dacarro tastiere e sinth, Marta Cametti xilofono, Fabio Dotti chitarra, Enzo Orlandi contrabbasso, Fabrizio Buttò percussioni, Elia Moretti vibrafono e percussioni, Nicola Arata batteria. Haruna è un “griot” ovvero, come ha egregiamente spiegato Corrado Beldì in apertura, un cantastorie, un trobadour africano del Mali, grande stato Sub-sahariano ricco di tradizione e cultura. Haruna porta con sé un meraviglioso strumento della tradizione maliana, la Kora formata da una mezza zucca, pelle di vacca e ben 21 corde; qualcosa che sta tra l’arpa, il contrabbasso e il liuto per dirla un po’ brutalmente. Tre le parti del concerto con alcuni brani di grandi musicisti africani, alcune composizioni tradizionali trasmesse dai famigliari di Haruna, e una “Suite Africana” composta da Nicola Arata e dedicata al griot senegalese AliouNdiaye. La ciclicità della Storia e delle storie sembra essere una regola ferrea, e così sembra che il jazz partito dall’Africa per la sua lunga peregrinazione in terre nuove e annunciante tempi nuovi, all’Africa ritorni, anche se la Kora è strumento lirico più che ritmico. Haruna canta in lingua mandinka storie d’amore, di vita e di morte, le storie che al di là dei colori della pelle e della differenza delle lingue, hanno accomunato da sempre i popoli della terra. L’Ararat Ensemble Orchestra sembra custodire, come in uno scrigno questo prezioso musicista e, le sonorità varie e variabili di cui è capace questo originalissimo gruppo, paiono essere un corollario etnico alla corde della Kora di Haruna, abilmente pizzicate e amorevolmente accordate. Vale la pena ricordare che lo strumento è diatonico e richiede diverse accordature per adattarsi all’ensemble; la passione con cui Nicola Ararata deus-ex machina del gruppo, tra una accordatura e l’altra racconta al pubblico la storia di Haruna e del grande impero del Mali, va direttamente a far parte del concerto. Anche Haruna, è approdato nel nostro paese su di un barcone, ed è giusto ricordarlo, come non guasta ricordare che con ogni uomo salvato abbiamo salvato un pezzo della nostra cultura, quella umana.

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