Idee

Green Book

Peter Farrely è quasi riuscito a costruire un bellissimo film. Tratto da una storia vera, “Green Book” racconta il viaggio di Donald Shirley, musicista di colore, in tour nel Sud degli Stati Uniti, dove negli anni Sessanta vigeva ancora la segregazione razziale. Ad accompagnarlo e a fargli da autista uno squinternato italiano, Tony Vallelonga.

Il film è tutto qui, ma gustoso e con spunti di grande profondità. In fondo Karl Marx non aveva poi sbagliato a dire che è la condizione dell’uomo a determinare la sua coscienza e non la sua coscienza a determinare la sua condizione, ma con una variabile, l’importanza del colore della pelle. Shirley è infatti un uomo colto e raffinato, ma vittima delle discriminazioni razziali dell’America degli anni Sessanta, mentre Tony, benché italiano e quindi “emigrante”, è assolutamente integrato nella società americana e nell’ambiente proletario e vagamente mafiosetto del  Bronx newyorkese (con buona pace di Massimo Troisi e di molti sovranisti odierni, l’italiano è sempre stato un migrante).

Un po’ troppo facilino il messaggio trasmesso: l’amicizia può andare oltre le differenze “razziali” e anche oltre le barriere culturali. Peccato per i personaggi (per esempio quelli della famiglia italiana di Tony), tagliati un po’ con l’accetta e un po’ troppo bozzettistici. E il titolo? Il “Green Book” non era propriamente la “Gault et Millau” o  “Tripadvisor”, ma era un opuscoletto che elencava i locali e gli hotel “for coloured only”: di questi tempi fa sempre bene ricordarlo.

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