Idee

Évelyne

Sembra che la Novara del passato, recente o remoto, abbia molto più fascino di quella di oggi, che pare non averne alcuno. La Novara di Marco Scardigli non fa eccezione e lo dico con un certo compiacimento, poiché la sua ricostruzione storica della città, dei suoi costumi e soprattutto del suo linguaggio nei primi del Novecento, oltre che essere convincente (e non poteva esser diversamente, poiché Marco è uno storico), è anche affascinante. Nonostante Évelyne, sia un personaggio forte, ben modellato, di spessore come si dice, continuo a pensare che Marco Scardigli ci voglia raccontare soprattutto altro. In questa sonnacchiosa città, leggendo gli ultimi romanzi sia di Marco Scardigli, “Celestina, Il mistero del volto dipinto”, sia di qualche altro scrittore novarese, come Gianni Marchetti con il suo “Citizen Band”, sembra proprio che si sonnecchi poco e si delinqua molto, una  “vitalità criminosa” che, secondo la letteratura, alberga più nelle città di provincia che nelle metropoli. Un tempo i film si intitolavano “Milano violenta”, oggi le fiction televisive tendono a spostare l’attenzione sui centri minori come la Gubbio di “Don Matteo” che sembra essere la Chicago anni Trenta o il Cadore, l’Umbria o la Vigata di Montalbano. Novara non fa eccezione e quel che è curioso, è che leggendo le note dell’autore, si scopre che si tratta di fatti realmente accaduti anche se adattati alle esigenze narrative. A dire il vero anche nella celebratissima “Chimera” di Sebastiano Vassalli, di cose bellissime ne accadevano poche. Volendo poi sottilizzare anche in “Cuore di Pietra” dello stesso autore,  qualche piccola tragedia c’era… Naturalmente, nel sottofondo di tutto questo,  ci sono i secoli e gli anni che passano anche se la letteratura, come diceva Benedetto Croce, per esistere ha bisogno dell’intervento dell’elemento “maschile”, cioè della Storia. Resto comunque molto colpito dal fatto che Novara ispiri tanta attività criminosa. Scherzi a parte il romanzo è molto gustoso, direi sapido e la protagonista, anzi una della protagoniste, “Evelyne” è certamente il “tipo umano” (se non proprio un archetipo) della donna di provincia che, più che la “strega-chimera”, sembra essere la “zoccola misteriosa”. Anche in questo romanzo di detti tipi umani, ne compaiono più d’uno, e non stupisce, poiché la donna di facili costumi ha avuto in letteratura grande spazio e grande successo. Diciamo che le zoccole, benché biasimate da tutti, riscuotono sempre un notevole successo di pubblico (non solo sulla carta). Oddio, “Evelyne” non è una prostituta in senso classico, diciamo che è più un’affarista. “Charmant” dama francese con cognome italiano, soggiorna in un albergo novarese dei primi del Novecento che elegge ad “ufficio” per la cura dei propri affari. Per i fortunati acquirenti delle prime copie del libro, ad aiutare la costruzione dell’immagine mentale della donna, c’è il bel disegno di Valeria Bosco sicuramente più pregnante che non il solito Egon Schiele, col ritratto della moglie Edith,  scelto dall’editore e presente già sulla copertina di “La signorina Else” di Arthur Schnitzler, che sa davvero poco di Belle Epoque e molto di Steinhof. Tornando al romanzo anche Tina, l’altro personaggio femminile di rilievo, non sembra essere una donna tranquilla. Indecisa tra il corteggiamento del maggiore Stoffel e quello del commissario Marchini che vivono entrambi nella pensione dove lei gestisce tutto e lavora come sarta, cuoca, tuttofare, insomma quasi una “serva”. Termine troppo esplicito? No, come già “Celestina”, il libro di Marco Scardigli ha tra gli altri, il merito di ricordarci termini molto efficaci che in tempi di “politically  uncorrect” facevano comprender meglio il mondo. E’ il caso di molti termini dialettali che, molto meglio delle nostre asettiche espressioni, sapevano “nominare il mondo” in maniera molto più connotativa di quanto non facciano le plastificate cronache contemporanee. Non vi svelerò cosa accade esattamente nel romanzo, perché immagino che tra voi ci siano ancora lettori che vogliano scoprire da soli “come va a finire”; io sono un lettore “strutturalista” e “genettiano” e preferisco concentrarmi sul “come” anziché sul “perché” di un testo. Ora siete autorizzati a ridere (di me, non del romanzo).

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