Idee

Dolor y gloria

Quando esce un film di Pedro Almodóvar io ci provo sempre ad andare al cinema ,senza pregiudizi e confortato dai pareri della critica che, solitamente, tesse lodi sperticate nei suoi confronti. Anche per “Dolor y gloria”, i giornali hanno parlato di un film molto coraggioso, dove il regista prende spunto da una vicenda drammatica della sua vita, come la temporanea dipendenza dall’eroina, per raccontarci delle sue crisi creative, dei suoi affetti, della sua famiglia, del male di vivere.

Eppure, dopo dieci minuti di proiezione, i film di Almodóvar mi sembrano sempre documentari sulla catena di negozi “Desigual” e, in questo caso, Banderas un loro commesso. La storia è del tutto conforme allo stereotipo della crisi dell’artista maledetto, i dialoghi sanno di tappo, troppe “figurine”, troppi colori, troppo design; sembra di essere al Salone del Mobile, più che nella casa di un regista eroinomane: un tavolo di Carlo Mollino qui, una lampada “Tizio” là, un catalogo di Sottsass sempre sul tavolo, una lampada “Eclisse” sul comodino come se in fondo Vico Magistretti fosse più importante del pusher.

E della Spagna vogliamo parlare? Secondo voi Penelope Cruz potrebbe essere una giovane,  povera e analfabeta mamma della campagna spagnola che fa il bucato in un fiume? Se rispondete di si, cambiate pusher anche voi. Tra l’altro il regista (quello vero), in uno dei soliti flashback mostra una mamma anziana con gli occhi azzurri, leggermente diversi dai due tizzoni neri della Cruz…Insomma il solito film-pastiche di Almodóvar. Io però  vado sempre a vederli, altrimenti mi vengono gli scrupoli…

  1. Avatar

    A me il film è piaciuto enormemente, ma rispetto la sensibilità e i gusti di ciascuno e non mi sognerei di contestare questa recensione. Mi permetto, però, un appunto. Gli occhi delle due madri (Cruz e Serrano) sono volutamente diversi, per suggerire fin dal primo momento che i tuffi nel passato non siano ricordi reali, bensì la loro rielaborazione artistica divenuta film. Il ruolo di Penelope Cruz nella pellicola è eminentemente metacinematografico: l’attrice che nel cinema di Almodovar da Carne Tremula in poi è un po’ l’archetipo della madre, interpreta sé stessa che incarna la medesima immagine per Salvador Mallo (Banderas). In questo senso, la scena finale è la chiave di tutta l’opera, che risolve e compie molto di quanto sembrava incongruente o lasciato in sospeso.

    Saluti.

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