Idee

Diario di un Ranàt: proto bullismo

Ventisei aprile 1958: nella sala parto dell’Ospedale San Giuliano di Novara, per farmi fare il primo vagito, l’ostetrica che assistette l’Angelica (mia mamma), durante il parto, mi colpì violentemente con due sculacciate per farmi fare il primo vagito. Subito dopo, al quinto vagito, mi sculacciò per farmi smettere.

Tre marzo 1961: durante la mia festa di compleanno venni colpito al capo con uno schiacciamosche dalla figlia del mio vicino di casa, tale Danila B. alla quale avevo sottratto un “bucaneve Doria”, noto biscotto dell’epoca.

Cinque giugno 1963: Mauro T. detto “Maurino” dopo aver accuratamente sollevato una piastrella di grisaglia dal pavimento della cucina di mia nonna Antonietta, mi prese la mano destra adagiandola nel vano lasciato libero dalla piastrella, dopodiché la lasciò cadere pesantemente sulle mie falangi, falangine e falangette, provocandomi un livido di colore violaceo.

Due gennaio 1964: Giuseppe A., alla guida del suo triciclo di legno mi investiva sul pianerottolo della “Tugnina”, una zitella che abitava all’ultimo piano, facendomi rotolare per due rampe di scale e facendo svegliare Arturo C., guardia notturna, che uscito dalla sua abitazione, mi colpì sulle gambe con le su bretelle elastiche. Quindici febbraio 1965: la maestra Carla T., spazientita dal fatto che continuavo a temperare la matita, prese la stessa e me la infilzò nella natica destra, facendomi verificare di persona che era abbastanza appuntita. Dieci maggio 1966: durante una partita di pallone, Giovanni E., detto “Carnera”, portiere della squadra avversaria, dopo avermi placcato in area di rigore, mi gettò in un cespuglio di ortiche. Ebbi la solidarietà della squadra.

Venti agosto 1968: durante una partita di caccia ai topi della Roggia Mora, Claudio G., mi infilzò con un bussolotto di cerbottana, vista la mia palese incapacità a condurre la caccia ai simpatici roditori.

Venti settembre 1970: Marco T., mio cugino più piccolo, durante una partita di hockey a rotelle mi diede la mazza sulla testa per scarso rendimento. Alle mie vibrate proteste, anche altri due componenti della squadra, il centro, Carlo P. detto “Carlon” e il difensore Ivano B. detto “Cü d’agna” (sedere di anitra), fecero altrettanto. Arrivato a casa con evidenti segni di colluttazione, l’Angelica (mia mamma), infierì senza timore del telefono azzurro (che purtroppo non esisteva ancora).Questo per citare solo alcuni episodi.

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