Idee

Broken Nature: Design Takes on Human Survival

“Broken Nature: Design Takes on Human Survival” alla XXII Triennale di Milano, non si può definire una mostra. Potrebbe essere un manifesto o almeno, come la definisce la sua curatrice, Paola Antonelli, un’indagine, per la precisione “un’indagine approfondita  sui legami che uniscono gli uomini all’ambiente naturale”. Vale solo la pena ricordare che Paola Antonelli è la curatrice del dipartimento architettura e design del MoMa di New York ,e questo non è affatto da sottovalutare, poiché l’esposizione ha come “focus” proprio la trasformazione del mondo da parte dell’uomo, la sua antropizzazione distorta che ha portato il pianeta sull’orlo del disastro o forse anche un po’ più in là.

Nonostante questo la mostra, non ha un tono pessimista, tutt’altro, è piena di speranza, una speranza che risiede tutta nella capacità umana di saper porre rimedio ai disastri precedentemente creati. “Broken Nature” invita a comprendere in maniera più profonda i sistemi multispecie, connessi e interconnessi, in cui viviamo ed incoraggia a progettare oggetti, adottare comportamenti, riflettere in maniera meno egoista, insomma a tenere comportamenti rispettosi verso il nostro maltrattato pianeta. Tutto questo va sotto il nome di “Critical Design”, movimento del quale ,alla Triennale, sono esposti interessantissimi progetti ed oggetti, essendo il design di per sé stesso “costruttivo”, è proprio da qui che sembra ci si debba aspettare soluzioni per “riparare” il nostro perverso rapporto col pianeta.

Credo che tra tutti gli oggetti e progetti esposti, sia “Reliquaries” l’opera, per usare un termine improprio, più significativa. Si tratta di una semplice vetrina che contiene piccoli animali, piante, semi, campioni di terra, raccolti nei cinque continenti. Una specie di altare dove, si è consumato e si sta consumando il più grande, doloroso, inutile e stupido sacrificio, quello che vede l’uomo immolare sull’altare del consumismo, il suo bene più prezioso che altro non è che l’ambiente in cui vive.

Sarebbe troppo lungo, e forse inutile,  elencare qui tutto ciò che è esposto nei grandi padiglioni della Triennale, ma certo non si possono passare sotto silenzio alcune meraviglie: come “Capsula Mundi”,  sacco a forma di uovo di materiale biodegradabile, destinato a contenere le ceneri delle persone scomparse,  ancorato alle radici di un piccolo albero, quindi niente più bare di zinco che, dopo la consunzione umana, sono destinate a permanere nell’ambiente inquinando le falde o le eccentriche calzature di MasayaKushino i cui tacchi seminano piccoli semi di colza, pianta in grado di assorbire la radioattività; un progetto nato dopo il disastro nucleare di Fukushima. L’inquietante “Plastiglomerate”, sorta di fossile contenente materie plastiche, raccolte dall’oceanografo Charles Moore e dall’artista Kelly Jazvac a Kamilo Beach alla Hawaii, luogo dove l’oceano deposita tonnellate di rifiuti plastici. Difficile ignorare la denuncia di Roberto Feo e Rosario Hurtado che con il loro modello entropico fatto di ampolle, vasi, canali, tutti ermeticamente sigillati, dimostrano come tali sistemi, limitando gli orizzonti umani, tralascino l’unica possibilità di salvezza per il genere umano, quella che prevede aperture e non chiusure, sistemi permeabili e non impermeabili, flessibilità e non rigidità.

Questa mostra ci ricorda che nostro ambiente naturale si è deteriorato, si è indebolito e verrebbe in mente di citare Lao Tse quando dice “L’anello più debole è anche il più forte, perché spezza la catena”, ricordiamolo, prima che sia troppo tardi.

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