Idee

Australia, storie dagli antipodi

Gli “antipodi” secondo gli antichi greci erano un’ipotetica terra situata nell’emisfero opposto a quello abitato e conosciuto. I nostri antipodi oggi sono, più o meno, Australia e Nuova Zelanda. Proprio all’arte contemporanea australiana è dedicata la mostra aperta il 17 dicembre scorso al PAC di Milano e che chiuderà i battenti il 9 febbraio 2020 dal titolo “Australia, storie dagli antipodi”.

Cosa racconta la mostra degli artisti contemporanei agli antipodi? È facile immaginare, che in epoca di globalizzazione, fatto salvo il “genius loci”, le idee, i temi di interesse, i gangli del pensiero, non siano poi tanto diversi. Se in Europa ormai l’arte contemporanea, almeno da tre-quatto anni, ha decisamente virato verso i temi ambientali, le grandi migrazioni dei popoli, in Australia la situazione è praticamente identica.

 

 

Quella che è sempre diversa, ma non solo tra Europa, America, Cina e Australia, è la sensibilità individuale degli artisti e in questa mostra di sensibilità e approcci alla questione ce ne sono di diversi tipi. Quale questione? La “questione” sembra essere una sola, la riflessione sulla identità di un territorio e la sua salvaguardia da ciò che lo minaccia. E ciò che minaccia i popoli oggi, non è ciò che vanno sbandierando nazionalisti e sovranisti, ma l’esatto contrario.

Non fanno eccezioni gli “antipodi”, dove Richard Bell in apertura della mostra con “A propety dispute is turned into a race debate” attacca lo sfruttamento dell’estetica indigena, secondo l’autore uno dei migliori esempio di espressionismo astratto. Lo ribadisce Marco Fusinato con un gigantesco lettering dal titolo “This is non my world” del 2019, lavoro che fece parte di un flash mob presso un ufficio governativo. Forte e chiara anche la denuncia di uno dei più famosi artisti australiani contemporanei, Mike Parr, ritratto in due gigantografie dove Parr, con un’operazione di automimesi, evidenzia le proprie costole con segni tracciati con del carbone, allusione evidente alla combustione dolosa di molte parti del territorio australiano abitato dagli aborigeni. La colonizzazione subita dagli aborigeni è anche al centro del lavoro si Yhonnie Scarce con “Remember Royality (2018), proponendo grandi stendardi sui quali ė stampata l’immagine fotografica di un nativo, rappresentato al posto di personaggi storici che del colonialismo fecero la loro bandiera.

Ma gli artisti australiani non sembrano volgere lo sguardo solo al proprio interno, ma anche alle problematiche delle migrazioni mondiali dei popoli; è il caso del bel doppio video di Angelica Mesiti dal titolo “Mother Tongue” del 2017 che propone un viaggio nel canto e nella musica di immigrati nella città danese di Aarhus. Di grandissima suggestione è certamente “Lay me down” di Fiona Hall che trova il modo di evocare il genocidio dei nativi australiani con un tappeto di cocci di bottiglia sui quali sono dipinte ossa umane che vanno a formare scheletri in una esposizione macabro-archeologica di grande impatto visivo. Impossibile non fare cenno ai diorami video di Hayden Fowler che ci sfida a riconsiderare la natura e il nostro ruolo attraverso brevi video dove strani volatili australiani si muovono in uno spettrale ambiente dall’aspetto post-atomico, così come Jill Orr, sulla stessa tematica scatta fotografie a se stesso in una performance “site-responsive” in cui il suo corpo nudo viene utilizzato come “barometro emotivo” all’interno del paesaggio così manipolato.

Nyapanyapa Yunupingu è l’unica artista aborigena presente e le sue opere, sorta di “astrazione mistica” si rifanno alle decorazioni della antica tribù di appartenenza, per metà del clan aborigeno Gumati e per metà del clan Yrritja. Una mostra illuminante e illuminata che conferma un dato essenziale, quello della universalità dell’arte e dei suoi linguaggi che ha abbattuto le frontiere ancor prima che queste nascessero. Se non vi potete permettere un viaggio in Australia per le vacanze natalizie, è d’obbligo una visita al Pac di Milano.

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