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Alfie due giorni dopo

Ora che Alfie si è arreso e ha finalmente trovato pace, mi vergogno un po’ meno a mettere in ordine nel turbine di emozioni che la sua vicenda ha generato.

Alfie aveva due anni e lo strazio senza speranza di un bambino, per giunta così piccolo, non dà scampo al cuore di nessuno: l’istinto di protezione nei confronti di un cucciolo d’uomo unito all’impotenza davanti a una malattia così cattiva sono un mix capace di togliere qualunque lucidità. Questo vale a maggior ragione per chi gli voleva bene, ma anche per l’immensa platea di giudici che si è espressa su di lui, di solito a sproposito. Esserne consapevoli aiuta almeno a non sentirsi la verità in tasca e ad abbassare i toni.

Alfie aveva una malattia neurologica degenerativa rarissima e fondamentalmente sconosciuta. Questo significa che un percorso terapeutico efficace non c’era e che non c’era nemmeno il tempo di elaborarne uno. In altre parole, i medici potevano intervenire su alcuni aspetti della malattia, ma non avevano in mano carte decisive. Di quei medici sono state dette le peggiori nefandezze e credo che nessuno di noi sia in grado di valutarne l’operato in concreto, ma di sicuro possiamo provare a metterci nei loro panni: avevano davanti una patologia che sapevano di non poter decifrare e soprattutto avevano davanti un bambino che sapevano di non poter salvare. Chiamati a dare risposte riguardo a qualcosa che risposte non ha, costretti a rispondere allo strazio dei genitori con la propria impotenza.

I genitori: due ragazzi che dalla manifestazione della malattia di Alfie hanno passato l’inferno. Cosa vuoi dire a un papà e a una mamma cui la vita ha riservato una prova così? Certo che hanno il diritto di aggrapparsi a qualunque cosa, certo che hanno il diritto di arrabbiarsi e persino di considerare degli assassini i dottori e i giudici che volevano staccare le macchine al loro bambino. Loro sì. Noi no.

Noi quel diritto non ce l’abbiamo, come non ce l’ha il politico di turno che fa la sua sparata per raccattare qualche simpatia elettorale in più, come non ce l’ha il giornalista in vena di scoop facili, come non ce l’hanno quelle istituzioni sanitarie, di nuovo per puro opportunismo pro domo propria, cavalcano l’onda del dolore collettivo. Secondo molti, quel diritto non ce l’avrebbero nemmeno i giudici che hanno imposto il distacco delle macchine, ma su questo forse è il caso riflettere perché è prassi di elementare buon senso che quando non si ritiene che i genitori siano in grado di garantire sufficiente lucidità di giudizio per il bene del minore loro affidato, debba essere un ente terzo a garantire la tutela del minore medesimo. In questo caso sono stati i giudici, umani e quindi fallibili, come i medici, come i genitori.

Alfie non è stato ammazzato dai dottori cattivi, non si sarebbe salvato se fosse arrivato in Italia, non c’era nessuna cura per lui e non è vero neanche che in Inghilterra i bambini “difettosi” vengano eliminati, semplicemente capita che i giudici prendano decisioni scomodissime e impopolari, in questo caso pensando ad Alfie, magari sbagliando, ma di sicuro non per dolo.

Soprattutto, Alfie avrebbe avuto diritto ad un rispetto maggiore da parte di tutti noi giudici da tastiera, esattamente come tutti i bambini che scappano dalla guerra e approdano in Italia. I bambini piangono e ridono, soffrono e sorridono tutti nella stessa lingua.

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