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NoToVir, la startup universitaria che studia farmaci antivirali

Il progetto di tre ricercatori dell'Università del Piemonte Orientale e dell'Università di Torino. Brevettato un gruppo di farmaci innovativi che agiscono sul Citomegalovirus

Si chiama NoToVir ed è una start up universitaria costituita a dicembre 2017 che coinvolge gli atenei di Novara e Torino, come suggerisce il nome stesso, dedicandosi allo sviluppo di farmaci virali innovativi che sfruttano alcune tipologie di molecole destinate a diventare farmaci con delle peculiarità rispetto a quelli presenti attualmente sul mercato. Una start up che ha permesso di registrare già due brevetti e che è il frutto di un’attività di ricerca decennale nel campo della virologia con forti collaborazioni internazionali tra diverse università con l’impiego di giovani ricercatori.

Il progetto ha recentemente vinto il bando innovazione promosso dalla Fondazione Novara Sviluppo e sta per assumere anche il titolo di spin off dell’università del Piemonte Orientale. I tre soci fondatori, Marisa Gariglio, professore ordinario di microbiologia dell’Upo, Santo Landolfo, professore ordinario di microbiologia dell’università di Torino e Marco De Andrea, professore associato di microbiologia sempre dell’università di Torino che da anni collabora con l’Upo, hanno raccontato alla Voce le caratteristiche delle ricerche ogni giorno svolgono a Ipazia insieme ad altri giovani ricercatori tra cui Matteo Biolatti e Gloria Griffante.

«La mission  – spiegano – è di trovare nuovi farmaci utilizzando dei bersagli per le molecole che siano innovativi; sulla base della nostra esperienza di ricercatori, abbiamo sfruttato alcune infezioni virali note per le quali sono già in uso dei farmaci. Noi cerchiamo di utilizzare dei target nuovi per cominciare a sfruttare queste molecole per delle terapie che non siano così aggressive con quelle attualmente in uso».

Quali sono gli svantaggi dei farmaci attualmente utilizzati?
Principalmente il fatto che l’organismo diventa resistente. I nostri studi si sono concentrati sulle infezioni da Citomegalovirus, molto diffuse, che in condizioni normali non danno particolari problemi, ma quando insorgono in pazienti immunodepressi, trapianti o nelle donne in gravidanza diventano aggressivi. Nell forme congenite questa infezione può causare aborto spontaneo o generare manifestazioni neurologiche nei bambini a pochi anni di vita. Per questo tipo di infezione esistono già farmaci in uso, ma hanno grosse controindicazioni soprattutto nei bambini molto piccoli sono fortemente nefrotossici; dalle prove in vitro effettuate, risulta invece, che quelli che abbiamo brevettato non hanno effetti tossici e non inducono resistenza.

Quale tipo di impiego avranno questi nuovi farmaci?
Al momento ci sono solo trials preclinici. Lo scopo della nostra start up è quello di attrarre eventuali compagnie farmaceutiche o investitori interessati a svilupparli per poi entrare in un trial clinico. Si tratta di uno studio unico in tutta Europa e le molecole ci vengono fornite da un chimico del Massachusetts, Paul Thomson, che le ha sintetizzate e le sta sperimentando per le malattie autoimmuni e infiammatorie. Inoltre collaboriamo già con dei pediatri perchè il bisogno di farmaci nuovi è reale, in modo particolare con il dipartimento di neonatologia del Sant’Anna di Torino diretto da Enrico Bertino, e con il reparto di nefrologia dell’ospedale Maggiore direttore da Vincenzo Cantaluppi.

Mentre il primo brevetto è già in fase di internazionalizzazione, ne esiste un secondo vero?
Sì che sfrutta una serie di molecole diverse dalle prime, ma con un mission simile perchè questi farmaci agiscono contro il Citomegalovirus e contro altri virus correlati; in questo secondo studio non lavoriamo con molecole di sintesi, ma con derivati vegetali in collaborazione con l’istituto di chimica farmaceutica di Torino.

Una dimostrazione che in Italia la ricerca si può fare…
Certo che si può e con posti a tempo indeterminato, a differenza invece di quello che succede all’estero. È altrettanto vero che non è facile perchè ci sono dei limiti, il percorso faticoso è molto più competitivo e le risorse sono inferiori, però con tanta buona volontà si può fare. In quest’ottica l’università del Piemonte Orientale sta mettendo a disposizione numerose risorse.

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