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La Cappella dell’Angelo Custode in San Gaudenzio

Novara, 17 febbraio 1627: il nobile Ottavio Nazzari e il pittore valsesiano Antonio d’Errico, meglio noto come Tanzio da Varallo, firmano un contratto in cui il pittore si impegna a decorare con pitture, in un arco di 18 mesi, la prima cappella a sinistra entrando nella basilica di San Gaudenzio. Di proprietà della famiglia Nazzari che, come moltre altre famiglie decurionali cittadine, ne aveva il giuspatronato ovvero aveva il diritto di conferire beni ecclesiastici a seguito della fondazione di una cappellania, la cappella era dedicata a Sant’Egidio.

Puntualmente, 18 mesi dopo, Tanzio porta a termine il lavoro – come testimonia la firma “Antonius Henrico Ex Varallo 1629” all’interno di un pilastro – realizzando così una delle sue opere più significative. La Cappella dell’Angelo Custode viene così descritta nel 1711 da Girolamo Antonio Prina nel suo brillante testo “Il trionfo di San Gaudenzio”, che celebra il solenne trasporto delle reliquie del santo patrono nello Scurolo inaugurato l’11 giugno di quell’anno: «Le Cappelle del Tempio, oltre l’oro, con che scintillano con isplendore, sono altresì preziose e per l’Architettura e per le pitture insigni… Così la prima a mano dritta, che porta di faccia nell’ancona di marmo il quadro dell’Angelo Custode originale del Giacinto Bardi, fa vedere i freschi del Tanzio novarese pittore anatomico, di cui è anche originale la Battaglia di Sennacheribbe a oglio, che sta sopra la porticella della sua piccola sacrestia».

All’interno della Cappella, infatti, i dipinti del Tanzio rispondono ad una sequenza precisa e ragionata, dal meditato impianto teologico. Accanto ai santi protettori del commitente Ottavio Nazzari, ovvero i martiri Ottavio e Nazzario, vigorosi soldati dai volti inconfondibimente valsesiani, le altre raffigurazioni sono legate alla devozione nei confronti degli Angeli. Nei sottarchi, infatti, vi sono quattro figure di profeti – tra cui si individuano con certezza Zaccaria, Davide e Mosè – con riferimenti a passi dell’Antico Testamento in cui è evidente il riferimento angelico. Ai lati della grande finestra centrale, si vedono altri due episodi in cui compaiono due angeli: a sinistra un’efficace Giuditta con la testa di Oloferne, oppressore assiro del popolo di Israele, accompagnata da un’ancella e da un angelo che sorregge la scritta “Viva il Signore perchè il suo Angelo mi custodi” e, a destra, il sacrificio di Isacco interrotto dall’Angelo che ferma il braccio di Abramo. Oltre alle altre rappresentazioni anche scolpite, è l’imponente olio su tela con “La battaglia di Sennacherib” sulla parete destra – 530 x per 260 centimetri – a colpire l’osservatore: il re assiro rinunciò alla conquista di Gerusalemme perchè “l’Angelo del Signore scese e percosse nell’accampamento degli Assiri 185.000 uomini”.

Un Angelo guerriero, che scende dal cielo precipitandosi dall’alto, un angelo luminoso e scarno che contrasta con la tragica rappresentazione della guerra, un livido intreccio di membra e muscoli che fa spiccare lo squarcio di cielo e la luce da cui l’Angelo proviene.

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