Storia & Storie

L’altro Natale del 1943

Il "cammeo" domenicale di Gianfranco Capra pubblicato ieri ha aperto tra i nostri lettori un ampio dibattito. Ne diamo conto proponendo anche qualche riflessione

Il “cammeo” domenicale di Gianfranco Capra, ( rileggilo qui ) pubblicato ieri, e dedicato ad una rievocazione del Natale del 1943, ha fatto molto discutere. Basta dare un’occhiata alla pagina Facebook del nostro giornale ( per raggiungerla clicca qui ).

Ero certo che sarebbe successo, quando ho deciso di pubblicare il pezzo che Capra mi ha proposto per questa uscita prenatalizia. Perché immaginavo che il solo avvicinarsi a determinati “luoghi” storici e narrativi non potesse che muovere corde profonde e sensibilità radicate.

Gianfranco Capra non ha certo bisogno di essere “difeso”, ma come direttore di questo giornale mi corre l’obbligo di spiegare che senso ha un pezzo del genere, e anche condividere qualche riflessione sulla scorta dei commenti ricevuti.

Voglio dire anzitutto, certo di interpretare anche il pensiero dell’autore, che l’articolo non aveva alcun intento “revisionista”, nè tantomeno intendeva negare che il tempo vissuto dal nostro Paese in particolare dopo l’8 settembre 43 e fino alla Liberazione sia stato un tempo drammatico e carico di dolore. La storia dell’occupazione nazista, quella della Repubblica di Salò. le storie delle deportazioni e delle stragi, sta tutta scritta dentro i libri di storia. Sono libri che ogni giorno vanno riletti perchè la memoria non si spenga.

Il punto è che la Grande Storia, per moltissimi, probabilmente per la maggior parte, di coloro che hanno avuto la ventura di vivere in quegli anni, è passata per loro fortuna come un fiume impetuoso e spaventevole appena un po’ fuori dalla porta di casa.  E il pezzo di Capra descrive, con lo sguardo inevitabilmente “edulcorato” di un bambino, proprio il Natale di questa “maggioranza silenziosa”. Tante persone, che sono rimaste ai margini degli eventi, li hanno magari osservati senza coinvolgersi. Forse per colpa, forse per paura. Forse soprattutto perchè tanto spesso i “piccoli” non sono protagonisti ma comparse. Gente che nel Natale del 43 mentre altri, tre mesi dopo l’8 settembre, già stavano combattendo la guerra di liberazione che avrebbe riportato la democrazia in Italia, aveva solo voglia di un po’ di serenità, di stare in famiglia o di andare a ballare con gli amici o al veglione del Coccia.

Certo il Natale del 43  non è stato solo quello raccontato da Capra un po’ come Benigni i  lager ne “La vita è bella”. Anzi, per numerose famiglie, anche a Novara, quel ricordo rievoca uomini in montagna con i partigiani, o in prigionia; riporta alla mente scontri fratricidi,; fa riemergere ferite mai del tutto rimarginate, fa pensare al dolore di una nazione che con fatica ha saputo riappropriarsi del proprio destino.

Insomma: il Natale del 43 in realtà è stato almeno due Natali. Nessun dei due nega l’altro, perchè in realtà, a ben guardare, quei due Natali hanno convissuto, l’uno a fianco dell’altro.

Bene hanno fatto coloro che non si sono riconosciuti nel racconto di Capra a proporci il “loro” Natale del 43.

Tra i tanti, il più significativo ci è parso il testo carico di dolente ironia, di Diego Maria Garzone, collega giornalista novarese della “Prealpina” di Varese. Abbiamo scelto di pubblicarlo qui, per rendere giustizia anche ad un altro Natale del 43.

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Qualche Novarese, i soliti privilegiati ci sono sempre, si sa, quel bellissimo, commovente, struggente Natale del 1943 lo trascorse addirittura in montagna, pensate un po’. E per non rischiare di trovare il tutto esaurito, molti avevano iniziato le vacanze a settembre. Ah, che romantico, indimenticabile Natale, quello del 1943. Uno dei cugini di mai madre, ufficiale di Marina che non aveva aderito alla repubblichetta di Salò, dallo snob quale era lo passò addirittura in Germania, in una di quelle simpatiche istituzioni che i nostri fraterni alleati, che certamente avranno levato i calici assieme ai novaresi in città che festeggiavano, chiamavano campi di concentramento. Un altro cugino di mia madre, maresciallo dei carabinieri, si era preso anche lui una vacanza e dal 9 settembre se ne stava in campeggio con un’altra goliardica banda di giovanotti, in Valsesia.. il capo di quei birbaccioni si faceva chiamare Pesgu. Mio zio materno disegnò , è il caso di dirlo, l’allegro convivio: la nave che lo riportava in Italia dalla Jugoslavia fu affondata, lui dato per disperso, anche se in realtà raggiunse anche lui gli allegri campeggiatori in montagna che chiamavano, curiosamente, partigiani. E sì che a casa di mia mamma, allora ragazzina, continuavano a fare irruzione giovanotti nerovestiti ansiosi di festeggiare con lui, cioè, proprio di fargli la festa. Mio nonno paterno e suo fratello, anche loro, era molto ricercati ma anche un po’ solitari, quindi cercarono anche loro, in tutti i modi, di non farsi fare la festa. Mio padre era uno studentello di un glorioso istituito tecnico Novarese, e quel Natale lo passò tenendo compagnia a mia nonna e alla mia perizia, sole. Poi, a fine gennaio, raggiunse anche lui i campeggiatori della Volante Loss. Qualcosa di simile ai boy scout, anche loro avevano il fazzoletto al collo, rosso. Portavano degli strani aggeggi in mano, che usavano per fare i botti. Appena arrivò in montagna papà ebbe un Moschetto da cavalleria Carcano modello 91/38. Quando rientrò aveva uno Sten inglese letteralmente piovutogli dal cielo, ma non lo aveva portato Babho Natale. Insomma, quel che volevo dire è che, forse, quel Natale non fu così magico. E che chi festeggiava, da tre mesi, aveva già lasciato alle spalle il momento della scelta. (Diego Maria Garzone)

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