Culture

Quell’ordinanza del prefetto Fornara

Nelle ore immediatamente successive la liberazione di Novara, il professor Fornara dispose con un’ordinanza di vietare lo svolgimento di feste da ballo in pubblico nel territorio della provincia. Il nuovo prefetto si diceva certo che i novaresi avessero ben presente la gravità del momento e che comprendessero, pertanto, l’importanza di dimostrare agli altri popoli quanto fossero impegnati ad affrontare le sfide che li attendevano. Inutile dire che quell’ordinanza andò largamente disattesa.

In questi ultimi anni mi sono sovente ritrovato a pensare su chi fosse fuori dalla storia, se il professore, con il suo rigore di ascendenza giansenista, o i novaresi, desiderosi soltanto di lasciarsi alle spalle cinque anni di guerra feroce e crudele, senza farsi troppe domande su ciò che era stato. Chissà. Quel che è certo, è che Fornara si è rapidamente ritrovato ai margini della vita pubblica, più ammirato e celebrato che effettivamente considerato. E che, credo di poter dire parallelamente, il significato di quei giorni così cruciali è rapidamente sbiadito, consegnandolo alle contese politiche contingenti che ciclicamente ne hanno piegato l’interpretazione.

 

 

La decisione di istituire una festa nazionale il 25 aprile per celebrare l’anniversario della liberazione venne assunta dal primo governo De Gasperi, su proposta di Giorgio Amendola, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, fissandone la decorrenza dal 25 aprile 1946. La scelta di inserire nel calendario pubblico una ricorrenza per ricordare la fine della guerra, così come la scelta della data nella quale celebrarla e della denominazione da darle, scaturivano da una lettura degli avvenimenti che muoveva da precise valutazioni politiche. Definire la fine della guerra “liberazione” significava accomunare l’esperienza del popolo italiano a quella dei popoli europei i cui territori erano stati invasi dall’esercito tedesco, assumendo quale modello di riferimento la situazione che si era determinata dopo l’8 settembre 1943. La liberazione, però, aveva assunto volti molto diversi tra loro. Con lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943, gli Alleati avevano cominciato a conquistare territori di una potenza ostile, che dal 10 giugno 1940 si era schierata a fianco della Germania e del suo progetto di Nuovo ordine europeo.

In questa fase, liberazione può assumere soltanto il significato di liberazione degli italiani dal fascismo, evidenziando quanto gli scopi di guerra perseguiti dal regime fossero contrari all’autentico interesse nazionale. Essendo, però, tale liberazione opera di potenze straniere, restava implicita l’incapacità/impossibilità del popolo italiano di ricollocarsi con le sole proprie forze secondo la propria autentica valontà. Potenza ostile l’Italia era rimasta anche dopo l’arresto di Mussolini del 25 luglio e il susseguente scioglimento del Partito nazionale fascista del 28 luglio, mentre le truppe anglo-americane continuavano a risalire l’isola. Con la firma dell’armistizio, lo stato italiano abbandonò la guerra, dichiarandosi sconfitto e rimettendosi nelle mani degli Alleati.

A partire dallo sbarco del 9 settembre a Taranto e a Salerno, l’avanzata alleata avvenne combattendo contro l’esercito tedesco, che nel frattempo aveva occupato il territorio dell’ex-alleato. Soltanto dal 16 ottobre, con la concessione della cobelligeranza, lo stato italiano recuperò un ruolo attivo, seppur marginale, nella liberazione della penisola. Che avvenne con una scansione temporale differenziata: il primo fronte – la linea Gustav – si stabilizzò alla fine di settembre del 1943 tra Termoli e Gaeta; quindi l’offensiva dell’estate del 1944, con la liberazione di Roma – 4 giugno – e di Firenze – 11-13 agosto – che spostarono il fronte sulla linea gotica, poco sotto Bologna, dove rimase fino all’aprile del 1945. Pertanto, descrivendo l’insieme di questi avvenimenti quale un unico processo di liberazione, il governo De Gasperi assumeva gli scopi di guerra delle Nazioni Unite, ponendosi in completa antitesi al regime fascista e accettando i principi del liberalismo politico, così come previsto dagli articoli 30 e 31 dell’armistizio firmato a Malta il 29 settembre 1943 e ribadito dalla dichiarazione di Mosca del 30 ottobre successivo.

Indicare quale data emblematica della liberazione il 25 aprile aveva, invece, il significato di dare il massimo rilievo possibile alla partecipazione attiva del popolo italiano a questo processo non del tutto lineare e di accreditare la nuova classe dirigente quale suo rappresentante legittimato. Il 25 aprile, infatti, non è la data in cui finisce la guerra in Italia, ma è la data in cui il Comitato di liberazione nazionale proclama l’insurrezione generale. Il fronte aveva cominciato a muoversi intorno al 5 di aprile, e la liberazione delle città del nord Italia era avvenuta in un arco temporale che va dal 21 aprile, con l’ingresso delle prime formazioni partigiane a Bologna, alle ore 14.00 del 2 maggio, data fissata quale fine delle ostilità dalla resa firmata il 29 aprile alla Reggia di Caserta, sede del governo militare alleato, dal generale Von Vietinghoff – che era subentrato i primi giorni di aprile a Kesserling al comando delle truppe dislocate sul fronte italiano – di fronte al generale Morgan, che rappresentava il comandante supremo delle forze alleate del Mediterraneo Alexander. Tornati protagonisti della vita politica nazionale nel momento della disgregazione della compagine statale in forza quasi esclusivamente della loro opposizione al fascismo dopo la stabilizzazione del regime del 1925-26, i partiti riuniti nel Cln avevano dato buona prova sostendo l’evidente debolezza dello stato monarchico nella timida ricostruzione dei presupposti della sovranità e acquisendo progressivamente la guida delle forze resistenziali, incanalando lo slancio che aveva dato vita alle prime formazioni partigiane, e garantendo, attraverso l’accordo tra il governo Bonomi e il Cln Alta Italia, il raccordo con lo scenario aperto dalla cobelligeranza.

Dunque, una classe politica ben consapevole delle circostanze che avevano reso possibile la sua azione e dei limiti entro i quali si doveva svolgere e tenacemente risoluta a costruire un sistema politico che riportasse l’Italia in linea con la tradizione liberale, che tracciava un percorso attraverso il quale mobilitare tutte le risorse disponibili a contribuire a quel fine e indicava alle potenze vincitrici tutti gli sforzi compiuti in quella direzione, nella speranza che se ne tenesse conto fin dalla stesura delle clausole del trattato di pace. Modestia, umiltà, capacità di mettersi in discussione, coscienza delle proprie carenze e voglia di riscattarsi, imparando dai propri errori. Celebrare il 25 aprile, alla fine, significa soprattutto questo. Non molto, in fondo. Ma, incredibilmente, sempre più difficile.

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