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Da Novara a Trieste… e una vita dedicata a Joyce

Renzo Crivelli, novarese di nascita, professore di Letteratura inglese all'università di Trieste, sarà in città per presentare la sua ultima opera dedicata a James Joyce

Donne colte e seducenti, lussuose abitazioni borghesi, sudicie osterie, palpitazioni amorose. Tratti di una Trieste scompigliata di inizio Novecento che fa da sfondo a “Giacomo Joyce“, l’opera postuma di James Joyce che, in pochissime pagine tratteggiate da numerosi spazi bianchi, il più grande autore in lingua inglese del XX secolo racconta di una infatuazione per una delle sue alunne della borghesia di Trieste.

Una narrazione che Renzo Crivelli, novarese di nascita, triestino d’adozione, professore di Letteratura inglese all’università di Trieste, uno dei massimi studiosi dello scrittore irlandese, riprende nella  sua quarta opera dedicata a Joyce “Un amore di Giacomo – Poemetto in prosa di James Joyce nella Trieste di primo Novecento“. Il libro, frescaodi stampa, sarà presentato per la prima volta, mercoledì 24 gennaio alle 18 al Circolo dei Lettori di Novara. Senza svelare troppo, abbiamo rivolto qualche domanda all’autore.

Dove nasce la sua passione per Joyce?
Dai tempi dell’università quando mi sono laureato in Lingua e Letteratura inglese con una tesi proprio su Joyce, un autore così difficile e intrigante. Io sono novarese di nascita poi la vita mi ha condotto in giro per il mondo, prima in una università in Inghilterra, poi a Torino e infine a Trieste. E, se vogliamo credere al destino, non penso sia stato un caso che io abbia avuto l’opportunità di trasferirmi nella città che è stata profondamente legata a quello che possiamo definire come il più grande autore in lingua inglese del XX secolo. Trieste ha significato moltissimo per Joyce, ma quando sono arrivato mi sono reso conto che la città quasi non sapeva di avere questa ricchezza e non c’era nulla che lo ricordasse. Allora, insieme ai miei studenti, ho dato vita a un laboratorio, il “Joyce Workshop” attraverso il quale abbiamo ricostruito gli undici anni di permanenza: fino a quel momento si era dato per scontato quello che aveva scritto Richard Ellmann, il suo più grande biografo, che era stato qui negli anni Cinquanta e si era basato sull’impressione del fratello Stanislaus il quale raccontava che Trieste non aveva avuto un grande influsso su James; in più era stata determinante una frase che avrebbe pronunciato lo stesso Joyce “A Trieste mi ci sono mangiato il fegato”.

La statua che Trieste ha dedicato a James Joyce

I vostri studi, invece, dove hanno portato?
Abbiamo scoperto e ricostruito tantissimo, il Comune ha finanziato 40 targhe che ricordano tutti i luoghi della presenza di Joyce. In seguito è nata la “Trieste Joyce School“, da me cofondata insieme e John Mc Court, studioso irlandese, che quest’anno celebra il suo ventiduesimo anno: si tratta di una scuola internazionale che ha portato studenti da tutto il mondo, dal Vietnam dal Giappone, dall’America e che ha radicalmente cambiato il rapporto tra Joyce e Trieste. Anche gli studiosi hanno capovolto il loro giudizio e nel 2004, in occasione del convegno di studi joyciani, abbiamo accolto 800 relatori in dieci giorni: è stata una cosa sconvolgente per questa città tanto che il presidente dell’associazione internazionale di studi joyciani, Zack Bowen, aveva dichiarato che Trieste era diventata il terzo polo internazionale di studi dedicati a Joyce dopo Dublino e Zurigo. Poi è sorto il “Museo Joyce“, piccolo ma molto amato, oltre all’organizzazione del Bloomsday (la commemorazione che si tiene ogni anno il 16 giugno in Irlanda per celebrare lo scrittore irlandese ed è anche giorno in cui ha inizio l’Ulisse, l’opera più celebre di Joyce, e quello in cui l’autore incontra la sua compagna di di vita Nora Barnacle ndr) quasi ancora più di quello che fanno a Dublino: l’anno scorso è durato quattro giorni per un totale di ventuno eventi.

Come è strutturato il suo libro?
È la pubblicazione del poemetto postumo in prosa “Giacomo Joyce”, l’unico interamente ambientato a Trieste, che parla, a livello autobiografico, di infatuazione per una delle sue allieve della borghesia triestina. Parafrasando Proust, autore di “Un amore di Swann“, ho pubblicato “Un amore di Giacomo”: Proust come Joyce, un alter ego dell’autore; ho ritradotto e annotato il poemetto e ho ripercorso tutto questo periodo della vita di Joyce, le figure delle fanciulle della media e alta borghesia ebraica, giocando sul divario enorme e sulla grossa contraddizione che distingueva la vita di Joyce: lui entrava in queste case ricchissime al punto di desiderare di sposare una delle sue alunne, ma quando usciva andava per osterie, dunque era una persona tagliata fuori da quel tipo di società.

James Joyce prima di partire per Trieste. La foto è tratta dal libro “Un amore di Giacomo”

Chi era la ragazza che aveva fatto perdere la testa a Joyce?
Non ce n’era una sola, ma ce ne sono state tante. Con una forma romanzata, nel mio libro narro vicende documentate e credo che sia questo che più può interessare il lettore, anche quello che non  è particolarmente conoscitore dell’argomento, cioè  la ricostruzione di questa borghesia dotta, ricca, intraprendente di inizio secolo in una città libera: la Trieste asburgica in cui le donne avevano un ruolo molto interessante, di libertà, con la possibilità di essere non solo spose e madri ma anche poter lavorare nel commercio o come insegnanti, Insomma, una città molto vivae che, però come Joyce, viveva una contraddizione: da una parte l’irredentismo, dall’altra una realtà a cui non fregava niente dell’Italia e voleva restare in Austria.

In che modo Trieste vive questa eredità storica?
In questo momento stiamo celebrando i trecento anni della nascita di Maria Teresa d’Austria, una sovrana che nel Settecento ha fatto tantissimo, ha decretato il porto franco, ha fatto crescere la città in soli cinquant’anni portandola da 10.000 a 200.000 abitanti e ha dato libero accesso a tutta la potenzialità e la cultura della nuova borghesia ebraica rendendo Trieste ricca e forte.

Nel libro lei cita lo sconosciuto collezionista che possiede il manoscritto originale. Non sarebbe più giusto che un’opera di questo genere venga conservata in un museo?
Senz’altro, ma si sa che nel momento in cui manoscritti di questo genere vengono venduti all’asta, raggiungono cifre importanti. Sarebbe più plausibile che un’opera di questo calibro finisca alla biblioteca centrale irlandese che, tra l’altro, dieci anni fa ha acquistato un corpus notevole disponendo di una cifra adeguata. Il museo triestino è molto piccolo, sono comunque  conservate un buon numero di lettere e documenti.

 

[foto in evidenza: Max Ros ph]

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