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La Memoria corre nelle pagine dei libri

La Voce inaugura la nuova rubrica dedicata alla lettura in occasione della ricorrenza dedicata alla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz

Inauguriamo oggi la nuova rubrica dedicata ai libri. Uno spazio che sarà periodicamente riservato alle anteprime che poi potrete trovare in libreria. Non a caso abbiamo deciso di cominciare proprio ora, con alcune letture dedicate al Giorno della Memoria, che ricorre domani, sabato 27 gennaio.

Nel panorama dei libri sull’Olocausto e sulla Shoah, abbiamo scelto alcune pagine, a nostro giudizio, indicate per i giovani e giovanissimi, ma comunque adatte anche agli adulti.

A cominciare da “Il tatuatore di Auschwitz” di Heather Morris (Garzanti). Nel panorama delle storie da Auschwitz, si raccomanda per la positività dei giovani protagonisti che, nonostante tutto, conservano l’amore per la vita e lottano per preservarla; la compostezza della forma: nessuna enfasi, ma una prosa misurata. Lale, giovane ebreo che ad Auschwitz tatua i numeri sulle braccia degli ebrei, nella sua posizione di intermediario riesce ad aiutare molti dei suoi compagni, tra cui per primo Leon, che salva, chiedendolo come assistente tatuatore. Gita, più giovane ma già più disperata per aver perso tutta la famiglia, con l’amore per Lale ritrova fiducia e voglia di vivere. Attorno a loro gli ambienti e gli avvenimenti di Auschwitz: la morte sempre incombente, l’umiliazione, gli stenti, il sadismo e l’altruismo. Alla compostezza della forma, che rende particolarmente piacevole la lettura, può darsi contribuisca anche la progettazione insolita: questo romanzo, infatti, deriva da una serie televisiva ampiamente sperimentata; inoltre l’autrice neozelandese ha conosciuto e frequentato Lale, anzi lo ha introdotto nella sua famiglia che ne ha condiviso i ricordi. Da questi aspetti del progetto il romanzo riceve concretezza e veridicità.

Altra storia vera è quella di “Ti scrivo da Auschwitz” di Ellis Lehman e Shulamith Bitran (Piemme). Va anzitutto chiarito un possibile equivoco: Grossman, il cui nome viene riportato in copertina a caratteri cubitali, non è l’autore, ma solo uno dei garanti. Le autrici sono due, madre e figlia: Ellis, la madre, salvata da amici cristiani durante il nazismo oggi insegnante a Gerusalemmen; Shulamith, la figlia, nata in Israele dopo la guerra. Il libro racconta la storia di due giovanissimi ebrei di 17 anni il cui amore nascente e i cui progetti e speranze giovanili vengono improvvisamente stravolti dal nazismo: separati dalla guerra, continuano a tener fede alla loro promessa: di scrivere ognuno il proprio diario da scambiare con l’altro quando si sarebbero rivisti. In realtà non si incontreranno più, ma i due diari alla fine si riuniranno. È un libro sereno nonostante lo sfondo sottinteso di atrocità che unisce alla vicenda dei due protagonisti la storia della guerra e degli Olandesi durante il nazismo. La struttura è insolita: è la diretta trascrizione dei due diari in ordine cronologico con l’aggiunta di qualche informazione utile e i commenti della protagonista sopravvissuta e di sua figlia. È una bella storia anche quella del rapporto tra madre e figlia che condividono la stesura del libro, in due versioni: una per i Paesi Bassi, l’altra pr Israele. La madre, ultraottantenne, che impara il programma di scrittura per copiare i due diari su computer, e la figlia che li traduce.

L’albero delle albicocche” di Beate Teresa Hanika (Piemme) è raccontato in prima persona da  Elisabetta, giovane ebrea che vive a Vienna con la sua famiglia: il papà, la mamma e la sorella, bellissima rispetto a lei, ma dal carattere decisamente più debole e meno profondo. Non manca la tartaruga dal nome Hitler. Vere protagoniste della storia sono le albicocche che accompagneranno Elisabetta per tutta la vita, fino alla vecchiaia, in quanto è l’unica della sua famiglia a cui viene risparmiato il campo di concentramento. Tra i personaggi non si può non citare Pola che con Elisabetta intreccerà un rapporto che andrà più in là dell’amicizia.

Racconto tutto italiano quello di Paolo Casadio “Il bambino del treno” (Piemme). Il pensiero corre a “Il bambino con il pigiama a righe”, celeberrimo romanzo di John Boyne diventato poi pellicola cinematografica nel 2008, ma ‘unica coincidenza  è il bambino Romeo che innamora della bambina ebrea Flavia e sale su treno dei deportati tenendole stretta la mano. Si può anticipare che il padre, capostazione, lo raggiungerà e lo salverà.  L’atmosfera è molto diversa rispetto al romanzo di John Boyne, così come l’ambiente: qui è un paesino sperduto degli Appennini romagnoli, non un lager. La scansione degli avvenimenti è autentica con riferimenti alla legislazione italiana sulle leggi razziali ma senza descrizioni crude. In realtà si tratta di un romanzo di sentimenti contenuti anche se profondi, narrati con delicatezza senza alcuna retorica. Il personaggio che fa da contrappunto a Romeo, così pieno di coraggio nella sua autenticità di carattere e di essenzialità, assorbito dall’ambiente umano che lo circonda, è suo padre Giovannino anche lui personaggio esemplare nel suo comportamento: non sa schierarsi dalla parte dei giusti, se non poche volte, e rispecchia il comportamento dei molti, non cattivi ma neppure eroi. Anche la struttura e il linguaggio sono perfetti: molta accuratezza, nessuna sbavatura.

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