Culture

Inaugurata a Novara la mostra per riscoprire Aldo Moro

Ieri sera all'Arengo del Broletto Marco Damilano, direttore de L’Espresso, ha presentato il suo libro “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia” e Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni di Roma, ha illustrato l’esposizione

Inaugurata a Novara la mostra per riscoprire Aldo Moro. Ieri, giovedì 7 febbraio, numerosissime presenze (che hanno costretto gli organizzatori a spostare l’evento inaugurale al Broletto dalla sala del Museo che ospita i pannelli al capiente Arengo) per ascoltare Marco Damilano, direttore de L’Espresso, intervenuto a presentare il suo libro “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia” e Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni di Roma, che ha illustrato l’esposizione, visitabile fino al 24 febbraio.

Dal titolo “Immagini di una vita. Una mostra per Aldo Moro” l’iniziativa vuole presentare la figura dello statista nella sua completezza, approfondendone l’azione politica e lo stile originale, affinché non solo non si dimentichi un passato che appartiene alla storia italiana, ma la testimonianza di Moro susciti fermenti positivi in un presente particolarmente critico.

A Novara arriva come compimento della serie di incontri di approfondimento promossi da Agorà Sociale con l’Istituto Storico della Resistenza per riscoprire e rilanciare la figura e lezione dello statista democristiano, protagonista dell’evoluzione della democrazia nel nostro Paese. «Abbiamo voluto liberare Aldo Moro dal “caso Moro”, dalla prigionia di 55 giorni con le Brigate Rosse, per restituirlo nella storia civile e culturale politica italiana» ha affermato Augusto Ferrari, assessore alle politiche sociali della Regione Piemonte e animatore di Agorà Sociale. «Non vogliamo fare di Moro un’icona o forzarne una presunta attualità» ha quindi aggiunto, spiegando: «Quello che possiamo dire è che il pensiero e l’azione politica di Moro ci insegnano che la democrazia poggia su regole codificate, ma indicano anche che essa ha bisogno di presupposti etici, culturali ed anche spirituali, altrimenti perde la sua forza».

Una rilettura di un’eredità, quindi, che interroga ancora, aiuta a leggere l’oggi e invita ad andare avanti trasformando vincoli in opportunità. Prospettiva condivisa dai relatori, stimolati dalle domande di Giovanni Cerutti, direttore scientifico dell’Istituto storico della Resistenza.

Damilano ha esordito spiegando come «con Moro si sia vissuto un momento decisivo per l’Italia. In via Fani è finita la politica del cambiamento». Affermazione correlata al suo libro, «concluso con lo scioglimento delle Camere e uscito subito dopo il voto del 4 marzo scorso». E ha osservato: «Oggi un apparente cambiamento ci dà la distanza tra una politica dell’apparenza e per l’istante, rispetto ad una politica allora contestata perché lenta, in realtà mossa da tenace volontà di cambiamento, mai conclamato perché doveva avvenire. Moro teneva in considerazione il contesto, i rapporti di forza reali, l’attenzione a ciò che c’era nella società». Per questo «è necessario tornare a ragionare di Moro, della sua concezione di politica, del rapporto tra Stato e società, del concetto, oggi smarrito, di una politica come attività privilegiata per raggiungere il benessere per tutti. E l’idea che la politica è un insieme di tutto e, al tempo stesso, ha un limite che è la vita e la coscienza».

«Moro era sempre in movimento, curioso di cose nuove – ha aggiunto il direttore de L’Espresso con un nuovo paragone – mentre oggi la politica comunica di essere in movimento ma è sempre ferma». Quindi ha concluso: «Gli ultimi anni di Moro sono accompagnati dall’angoscia del mancato rinnovamento della società, ma fino all’ultimo egli ha fiducia nella politica capace di trascinare verso il domani».

Ilaria Moroni ha spiegato anzitutto come si è arrivati all’idea della mostra, da quando, alla morte di Eleonora Moro, i figli hanno conferito al Centro Flamigni migliaia di documenti, tra cui 16mila fotografie. «Ci ha sconvolto – ha affermato – quello che chiamo “il carteggio di solidarietà”, un mare di lettere, preghiere e, disegni inviati da persone comuni, anziani, adulti e bambini, che hanno scritto alla moglie. Ed è avvenuto dopo il rapimento, ancor di più dopo l’omicidio, ma è continuato fino ai primi anni 2000». Lettere e testimonianze, mentre sempre più si disegnava un’immagine dello statista falsata e demolita nei 55 giorni di prigionia, «che ci hanno fatto scoprire che Moro era del popolo, di un’Italia che non immaginavamo. Questo ci ha spinto e dato responsabilità – ha proseguito – di comunicare ciò che avevamo ricevuto, consapevoli che egli andava restituito e popolarizzato, raccontato a quell’Italia che era rimasta toccata».

Da qui la mostra, come «un viaggio dalla giovinezza all’epilogo, in 19 stanze, con frasi di Moro da approfondire, condividere e raccontare». E’ pubblicata su internet e a Novara, per la prima volta, è rappresentata fisicamente, resa parzialmente in pannelli. «Abbiamo raccontato tutto con documenti, fotografie, audio e video fino al 16 marzo 1978 – ha spiegato ancora Moroni – ma qui abbiamo usato disegni dei bambini di allora, anziché le tragiche immagini che tutti conosciamo».

La mostra, su internet, è stata anch’essa una sorpresa. «Ha reso Moro in modo inaspettato un personaggio quasi attuale. Abbiamo sentito persone che avevano bisogno di incarnarsi in una figura che rappresenta il Paese». Quindi la direttrice dell’Archivio Flamigni ha concluso: «Noi abbiamo tentato di raccontare questa storia con una mostra che è per tutti. Spero che questa esposta a Novara susciti attenzione e curiosità».

Si può percorrerne le 19 “stanze” allestite nella Sala dell’Accademia, al Museo del Broletto, fino a domenica 24 febbraio.

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