Cronaca In provincia

Meina si schiera a fianco del ricercatore condannato a morte

Ragazzoni, collega e amico di Djalali: «Spero che anche altri Comuni si attivino». Per gli osservatori internazionali dei diritti umani: «In Iran, dopo i disordini in piazza, il suo non è più un caso isolato»

Una recente immagine di Djalali, in cui compare molto dimagrito, anche a causa degli scioperi della fame. Si sospetta che possa anche essere affetto da tumore

#SaveAhmad: il Comune di Meina si schiera apertamente a fianco del ricercatore del Crimedim di Novara Ahmadreza Djalali, la cui condanna a morte è stata temporaneamente sospesa, con uno striscione affisso sulla facciata del palazzo municipale. «Sono orgoglioso che il primo Comune a sposare apertamente la causa, in questo particolare momento, sia stato proprio quello in cui vivo. Spero che altri Comuni del novarese, ma non solo, possano fare lo stesso». Queste le parole di Luca Ragazzoni, amico e collega di Djalali, con cui ha lavorato per 4 anni a Novara e in costante contatto con la moglie sin dai giorni immediatamente successivi al suo arresto. Ieri Ragazzoni è anche intervenuto telefonicamente a una conferenza stampa, tenutasi a Palazzo Madama, a cui hanno partecipato rappresentanti istituzionali e attivisti dei diritti umani. «Come medico e amico di Ahmad chiedo un giusto processo, ma anche un ricovero d’urgenza – ha detto facendo riferimento al sospetto che il ricercatore imprigionato possa essere affetto da un tumore all’apparato digerente – Il Ministro Alfano e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri continuino a fare pressione. Siamo giunti al momento clou della vicenda».
La conferma della sospensione della condanna a morte ha suscitato reazioni e chiavi di lettura differenti, soprattutto alla luce della repressione alle manifestazioni di piazza, in corso in Iran dagli ultimi giorni del 2017. Secondo Pia Locatelli, presidente del Comitato permanente sui diritti umani, «potrebbe trattarsi di una sospensione tecnica, ma che rappresenta un segnale di maggiore prudenza da parte dell’Iran».
Il presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi, ha commentato: «E’ una novità esile, ma che va sostenuta. Viste le grandi ingiustizie, che si sono consumate per le strade dell’Iran e i suicidi sospetti in carcere, sinceramente temevo che questa vicenda sarebbe stata messa a tacere. Djalali e molti altri in Iran sono vittime di un regime dispotico, che sta minando la libertà di chi fa ricerca e quindi anche la diffusione del sapere».
Secondo quanto riferito a Palazzo Madama da Elisabetta Zamparutti, rappresentante italiana nel Comitato prevenzione tortura del Consiglio d’Europa e tesoriera di Nessuno tocchi Caino e dai rappresentanti della Federazione italiana diritti umani (Fidu), dal 28 dicembre a oggi in Iran sono state arrestate circa 7.000 persone, fra cui molti studenti. Tre dei fermati sono morti in carcere, uno proprio a Evin, dove è detenuto anche Djalali dall’aprile 2016 con l’accusa di essere una spia del Mossad israeliano. Inoltre se nel 2016 le esecuzioni capitali i Iran erano leggermente scese a 530, nel 2017 sono risalite a 548.
Alla luce di dati simili e del contesto politico attuale dell’Iran quello di Djalali «non è un caso isolato», hanno commentato i relatori a Palazzo Madama. La mobilitazione diplomatica e del mondo scientifico (ci sono anche 75 premi Nobel fra i firmatari della petizione contro la sua condanna a morte) sembra aver squarciato il velo su una violazione dei diritti umani molto diffusa nel paese mediorientale.

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