Cronaca

L’altare vuoto. Anche a Novara sempre meno preti

Il vicario generale della Diocesi di Novara don Fausto Cossalter descrive per La Voce il futuro prossimo della Chiesa nel novarese: nascono le Unità Pastorali con maggiore responsabilità dei laici

Se fossero riuniti insieme sotto un’unica volta, probabilmente stenterebbero a riempire anche una delle più piccole chiese parrocchiali della città di Novara. A contenerli tutti basterebbe probabilmente una modesta chiesa di paese.

Sono 325 in tutto i sacerdoti (compresi i religiosi) della Diocesi di Novara. Erano dieci in più un anno fa. E solo dieci anni fa un centinaio in più. Sono di età avanzata (un terzo di loro ha più di 75 anni e solo una trentina hanno meno di 40 anni) e operano sparsi nelle 346 parrocchie della chiesa gaudenziana.

Monsignor Fausto Cossalter  (nella foto) guarda le cifre, le tabelle e le statistiche nel grande monitor bianco del computer che campeggia  sulla sua scrivania antica nello studio al secondo piano del palazzo della curia diocesana, e non perde il sorriso. Il vicario generale – prete dall’81, parroco per un decennio nel popoloso rione novarese di Santa Rita dopo tre anni di missione in Ciad – sa bene che per la Chiesa i numeri sono senza pietà. E non solo per la Chiesa di Novara. I seminaristi in Italia sono in tutto poco più di 2500 e il numero complessivo dei sacerdoti (dati 2016) supera di poco le 32.000 unità. Un dato in calo costante di oltre il 4 % annuo. Una crisi che, ad esempio, nei giorni scorsi ha spinto l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, a lanciare un grido di allarme raccolto dalla grande stampa nazionale.

«I numeri – commenta don Cossalter – sono figli del tempo che stiamo vivendo. Che è un tempo di crisi e di difficoltà. È vero, i preti stanno diminuendo e l’età media si alza. Un problema serio, anche se da noi per ora meno drammatico che altrove».

Come pensate di reagire ?

«Anzitutto senza pessimismo. Le difficoltà di questi anni ci spingono ad interrogarci seriamente ma senza drammi. Certo, è necessario rileggere in modo nuovo il cammino della nostra Chiesa e della Chiesa più in generale.  Bisogna cercare altre strade»

Cioè ?

«Tutto il percorso del nostro Sinodo diocesano ha esplorato questo tema, e ci ha portato a disegnare un modello nuovo di comunità ecclesiale. Una realtà in cui sempre più centrale deve essere il ruolo dei laici, pienamente corresponsabili della missione della Chiesa. E una chiesa che rivede anche il proprio modello organizzativo»

Pensate a ridurre il numero delle parrocchie, che oggi nel territorio della diocesi (che comprende i territori delle province di Novara e del Vco più la Valsesia – ndr) sono 346?

«No. Le parrocchie rimarranno come luogo di riferimento della vita ecclesiale “ordinaria”. Il numero non è di per sé un problema, se si pensa anche che abbiamo molti territori, specie in montagna, dove le parrocchie sono piccoli aggregati di poche decine di persone. Ma quello che sta già cambiando è l’architettura generale del sistema delle parrocchie»

In che modo?

«Il Sinodo diocesano ha varato 27 Unità Pastorali Missionarie. Sono aggregazioni di più parrocchie che pur conservando la propria autonomia, lavorano insieme sui temi essenziali. In particolare sulle iniziative per i giovani, sulle attività caritative e di intervento sociale. Cambiamo il punto di vista. Ciò che conta non è l’appartenenza “fissa” ad un territorio limitato, ma la condivisione di progetti e prospettive.  Certo la nuova organizzazione potrà comportare anche qualche cambiamento sul piano organizzativo. Penso ad esempio al numero delle messe, che sono ancora tantissime: in città d Novara ogni domenica si celebrano 100 messe, forse troppe».

Questa “grande riforma” voluta dal Sinodo è già partita. Come sta andando?

«Intanto era importante avviare il cammino, che è irreversibile. Alcune Unità Pastorali sono partite molto bene, altre con qualche fatica in più. Del resto parliamo di un cambiamento epocale, che deve essere compreso ed assimilato. Il 2018 sarà l’anno in cui devono decollare le equipe delle Upm, che pure sono una novità nelle modalità di gestione e di organizzazione».

C’è più entusiasmo o più rassegnazione?

«Direi decisamente più entusiasmo. Il compito è alto, non semplice. Ma lo facciamo per il Vangelo. E non per il consenso»

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