Cronaca In Piemonte

La Regione Piemonte finanzia il “welfare delle chiese”

La Giunta Regionale ha dato via libera ai fondi a sostegno di azioni di supporto a persone in condizione di fragilità. Potranno beneficiarne, oltre alla Chiesa Cattolica anche i Valdesi, la Comunità ebraica, la chiesa Avventista, e le Assemblee di Dio, tutti soggetti firmatari di protocolli di intesa con la Regione

Questa mattina, 13 luglio, su proposta dell’Assessore alle Politiche Sociali Augusto Ferrari è stata approvata la delibera che stabilisce i finanziamenti rivolti agli Enti di Culto, per le annualità 2018-2019.

Le risorse ammontano complessivamente a 750 mila euro, di cui 500 mila euro, erogate nell’anno in corso, sono destinati alle attività svolte nell’annualità 2018, e 250 mila a copertura di una parte del 2018 e il primo semestre del 2019.

I progetti ammessi ai finanziamenti dovranno proporre interventi già realizzati o che si intendono effettuare, allo scopo di perseguire azioni volte al supporto di persone che vivono situazioni di fragilità, siamo essi minori, adolescenti e i loro familiari.

Gli Enti di culto beneficiari di questo finanziamento sono gli attori sottoscrittori di protocolli d’intensa con la Regione Piemonte, tra i quali: Regione ecclesiastica Piemonte, Tavola valdese, Comunità ebraica, Chiesa cristiana avventista, Assemblee di Dio in Italia.

La legge regionale n. 26 del 2002 riconosce la titolarità delle Parrocchie e di altri Enti di culto ad essere promotori di programmi ed azioni volti alla diffusione dello sport, la promozione di attività culturali e di tempo libero al fine di prevenire e e contrastare l’emarginazione sociale, il disagio anche causato da inabilità e la devianza anche in ambito minorile.

Ogni Ente di culto potrà presentare domanda di accesso al finanziamento, indicando le proprie progettualità realizzate o che intende avviare, entro e non oltre il 10 settembre 2018.

  1. Questo è esattamente il tipo di welfare che NON dovrebbe esistere. Diamo soldi a gente “di buona volontà” per poi dare soldi e servizi ai bisognosi.

    Mentre nel commercio si cerca di raccorciare le filiere, qui le si vuole allungare all’infinito perché così mangiano tutti, dato che i soldi sono pubblici.

    Se l’obbiettivo è ridurre la povertà, quale interesse avrebbe lo stato a finanziare le attività delle chiese? Sopratutto in un contesto, come quello italiano, dove il welfare primario è così scarso? Non sarebbe forse meglio concentrarsi su quello?

    Dando soldi ai privati, si dà un incentivo economico sostanzioso a creare iniziative, finanziate pubblicamente ma gestite da cricche, senza precisi criteri di accessibilità, trasparenza e, in definitiva, democraticità.

    Come abbiamo visto con Mafia Capitale – dove organizzazioni cattoliche (CL, mi pare) hanno avuto un ruolo centrale – quando ci sono soldi pubblici e iniziativa privata, la porta è aperta a ogni tipo di corruzione, mancanza di trasparenza, mancanza di responsabilità.

    Mele merce? Sì e no. E’ il sistema di finanziamento pubblico a un welfare privato che crea questi tipi di incentivi. E la cosa non tocca solo il welfare: Il pietoso stato della formazione professionale gestita da privati come ENAIP (ACLI), ma con finanziamenti regionali, è sotto gli occhi di tutti. Non si capisce chi assumono, con quale professionalità, la qualità dei corsi non è molto chiara, etc.

    C’è quindi un problema economico, far fare a altri quello che potrebbe fare lo stato è inefficiente. Ma c’è un problema civico: le chiese non rappresentano tutti, e la loro discrezionalità non dovrebbe essere sovvenzionata con soldi pubblici.

    In definitiva, il welfare non dovrebbe essere fatto da uomini di buona volontà, il welfare deve parlare il linguaggio dei diritti. Ed è bene che anche in Italia si cominci a concepire programmi sociali coesi, come esistono, da 50 anni nel resto d’Europa, invece che continuare a finanziare “le opere di bene”.

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