Cronaca Giudiziaria

«La mia ormai era una dipendenza psicologica»

Cinquantenne a processo con l’accusa di atti persecutori nei confronti della compagna

«Ogni occasione era buona per insultarmi. Un giorno voleva vedere il mio telefonino. Io non volevo darglielo e lui a quel punto mi ha dato uno schiaffo così forte che mi ha spaccato il labbro». Una storia, quella passata in  un’aula del tribunale di Novara proprio nella giornata contro la violenza sulle donne, purtroppo tristemente uguale a tante altre.

 

 

Una relazione durata un paio d’anni, mai arrivata alla convivenza, iniziata sotto i migliori auspici, che ben presto però si è trasformata.

«Con l’andare del tempo – ha detto davanti al giudice la giovane donna, che qualche anno fa lo aveva denunciato per atti persecutori  – i suoi atteggiamenti, all’inizio gentili e premurosi, sono cambiati. Diventava aggressivo, sia verbalmente che fisicamente».

Dopo quell’episodio, stando al racconto della donna, lui si era scusato e la relazione era proseguita. Ma poi c’era stata un’altra lite accesa, al culmine della quale lui l’aveva colpita al torace. E poi messaggi, dal tono minaccioso

«La mia ormai era una sorta di dipendenza psicologica».  In più di un’occasione lei aveva chiesto aiuto a un’amica. «Viveva in uno stato di ansia – ha raccontato quest’ultima  – ed era anche dimagrita visibilmente».

Il processo, che vede sul banco degli imputati un cinquantenne, proseguirà a dicembre.

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    Da quando la violenza fisica su una donna viene definita come “atti persecutori” ? Atti persecutori sono i messaggi intimidatori che le mandava; le minacce di morte, i ricatti infamanti, le menzogne sulla sua condotta etica per screditarla nella sua reputazione, ma le percosse e violenza fisica sono altro e meritano, come gli atti persecutori, del resto, di essere puniti col carcere. Conosco la donna picchiata e la stimo molto. È una giovane donna integra, professionalmente seria e preparata. È leale e coltiva amicizie sane. Quell’essere le ha spaccato il labbro e un dente con quello schiaffo e quando la percosse al torace le inclinò delle costole. La obbligò ad abortire e chi non sa cosa significhi essere completamente schiavizzati da un essere violento come quello, non ha idea quale disperazione si scateni nella psiche della donna perseguitata. Mi complimento tantissimo con la testimone, sua amica, che l’aiutò all’epoca dei fatti e ora in tribunale con la sua testimonianza. Mi auguro che il cinquantenne impunito in tutti questi anni, ben 10 ne sono trascorsi in attesa del processo, venga condannato al carcere a vita.

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