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A Novara ricerca genetica contro il tumore del pancreas

Al Maggiore al via un allargato progetto che coinvolgerà cento pazienti a rischio con test del DNA, possibili grazie al nuovo sequenziatore. Questo sabato mattina gara podistica "Novara vs KPancreas", voluta da Avanguarda Gastroenterologica, per finanziare il progetto

Questo sabato mattina podisti dotati di brillanti magliette gialle in corsa per le vie del centro città, tra le iniziative della Giornata mondiale della lotta contro il tumore al pancreas, ci ricordano che a Novara, presso l’Ospedale Maggiore, opera un centro di ricerca d’eccellenza per il contrasto di questa terribile patologia.

Se ne è parlato in occasione della presentazione di “Novara vs KPancreas”, (vedi) manifestazione organizzata dalla onlus “Avanguardia Gastroenterologica”, che che ha messo al centro la gara podistica (raduno ore 9 in piazza Gramsci e conclusione con una risottata dello chef Giampiero Cravero) con lo scopo di raccogliere fondi proprio per finanziare un nuovo progetto di ricerca tutto novarese, in fase di avvio, su Genetica e mutazioni riconducibili al rischio di insorgenza della malattia.

Il tumore al pancreas è un micidiale killer che ha mietuto anche vittime importanti come il tenore Luciano Pavarotti e il cofondatore di Apple Steve Jobs, e ad oggi non si conoscono sistemi di prevenzione e non si riesce a individuarlo in stadio precoce anche perché i sintomi sono tardivi per cui la diagnosi viene spesso fatta quando la malattia non è più trattabile chirurgicamente e quindi curabile.

Pietro Occhipinti

«È una malattia in aumento e sono in aumento anche i decessi che provoca: è il settimo tra i tumori diagnosticati, quarto per mortalità – ha spiegato il dottor Pietro Occhipinti, direttore della Struttura complessa di Gastroenterologia – e colpisce egualmente uomini e donne. In quest’anno si stimano 13700 nuovi casi in Italia». E che sia tra i tumori più aggressivi lo mostra l’indice di sopravvivenza a 5 anni di solo l’8%.

«È per questo – spiega ancora Occhipiniti – che sempre più si lavora a strategie di prevenzione, screening e sorveglianza selettiva su pazienti ad alto e medio rischio, che permettano di individuare i precursori della malattia o le lesioni al pancreas asintomatiche e potenzialmente curabili».

Tra i fattori di rischio vi sono quelli ambientali come il fumo (causa del 30% dei tumori pancreatici), l’alcool e l’obesità. Poi vi sono le lesioni pancreatiche, il diabete mellito e la familiarità, per la presenza di una mutazione genetica, che denota un fortissimo rischio di sviluppare la neoplasia in chi ha parenti di primo grado affetti da K Pancreas.

«Il nostro progetto di ricerca – ha concluso Occhipinti – punta a selezionare almeno cento pazienti da sorvegliare in modo accurato con l’esecuzione di esami e test genetici. L’obiettivo dello studio è valutare la presenza di mutazioni in pazienti affetti da K Pancreas, nei familiari e nei soggetti con sospetta sindrome genetica. I soggetti “positivi” verranno inviati ad un programma clinico di screening/sorveglianza, se “negativi” proseguiranno il programma di esami annuali».

Umberto Dianzani

Il test genetico sul DNA verrà effettuato presso il settore di Genetica del Laboratorio di Biochimica clinica del Maggiore. «La diagnostica genetica è un servizio di eccellenza – ha spiegato il prof. Umberto Dianzani – direttore del dipartimento interessato e docente dell’Upo – e il progetto rappresenta un momento di collaborazione fra Università e ospedale. Per i test potrà utilizzare un sequenziatore di nuova generazione, tra i pochi con capacità di analizzare l’intero genoma, che verrà avviato fra qualche mese».

Mara Giordano

«Il test è estremamente costoso e oggi ci sono pazienti che potrebbero avere una incidenza tumorale ma non hanno modo di accedervi. Grazie ai fondi che si raccolgono aumenta chi può accedere al test genetico presintomatico. Con il progetto  – ha aggiunto la ricercatrice e docente Mara Giordano – si allarga il numero dei pazienti presi in carico anche a chi è “a rischio intermedio”, con un solo familiare affetto. L’obiettivo è individuare lesioni che siano o “precursori” o tumori ma ad uno stadio iniziale e quindi operabile».

I ricercatori fanno anche sapere che negli Usa con lo screening di pazienti considerati a rischio, nel 10% di loro è stata riscontrata una neoplasia in uno stadio iniziale.

 

 

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