Cronaca In città

Coccia, viaggio alle origini del “buco”

Mentre la Fondazione è paralizzata nello stallo più totale, ricostruiamo nei dettagli le ragioni delle criticità che attanagliano il teatro cittadino. Un quadro di circostanze e responsabilità che emergono dai documenti (compresi quelli nelle mani della magistratura)

Andrà molto probabilmente deserta la convocazione del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Teatro Coccia fissata per questa sera dalla presidente Carmen Manfredda: nulla infatti è cambiato rispetto alla riunione del 22 dicembre, quando i quattro consiglieri di amministrazione hanno messo per iscritto la richiesta di dimissioni della presidente e hanno annunciato di non voler più partecipare ad alcuna seduta del Cda fino a quando Manfredda non si farà da parte.

Carmen Manfredda

Una situazione di stallo totale che rende ancora più incerta ogni previsione sul futuro, anche quello immediato, della principale istituzione culturale della città: con l’ipotesi di un possibile commissariamento da parte della Prefettura, con la sostanziale rottura dei rapporti con la giunta comunale e soprattutto con il mistero sui conti relativi all’anno appena concluso e lo spettro incombente di un possibile default dietro l’angolo.

Se il futuro è difficile da decifrare, molto più eloquente è invece una rilettura del passato.

Perché è proprio dentro la storia recente della Fondazione che si collocano le ragioni delle difficoltà presenti e del rischio futuro di un possibile fallimento. Infatti, come è stato ricordato più volte in questi giorni sul bilancio della Fondazione gravano annualmente due “macigni” che trasformano ogni esercizio finanziario in una corsa ad handicap. Infatti ogni anno nella parte passiva dei conti sono scritte due voci pesantemente negative: la quota annuale – tecnicamente una partita solo contabile, ma che condizione comunque il bilancio – dell’ammortamento dell’usufrutto trentennale dell’immobile che ospita il teatro (485.000 euro) e la rata annuale del mutuo contratto per sanare la situazione debitoria pregressa (circa 200.000). Ma perché, potrebbe legittimamente chiedersi qualcuno, il teatro si trascina dietro questa pesante zavorra? Per rispondere è opportuno, appunto, opportuno ricostruire un po’ di storia.

 

2011, LA SCOPERTA DELLA VORAGINE

Corre la primavera del 2011, alla fine del mese di maggio. Il centrosinistra ha vinto, contro ogni pronostico, le elezioni comunali. Andrea Ballarè è il nuovo sindaco e Paola Turchelli è l’assessore alla cultura. Tra i dossier che arrivano immediatamente sul tavolo del nuovo primo cittadino, c’è proprio quello del Teatro Coccia. Il sindaco infatti, come da statuto allora vigente, ha assunto la carica di Presidente pro tempore della Fondazione Teatro Coccia.

8 giungo 2011, conferenza stampa di presentazione della stagione del Teatro Coccia. Da sinistra: Carlo Pesta , Andrea Ballarè, Alessandro Canelli

L’8 giugno, tra i primissimi impegni ufficiali dopo l’insediamento, Ballarè partecipa alla conferenza stampa di presentazione della stagione del Teatro Coccia 2011-2012. Al tavolo allestito del foyer – ironia della sorte – accanto a lui è seduto proprio Alessandro Canelli, che dal 2016 è succeduto a Ballarè alla guida di Palazzo Cabrino e che allora, come assessore provinciale alla cultura, faceva parte del CdA del teatro. E poi c’è Carlo Pesta, “sovrintendente” del Teatro. Il filmato di quella conferenza stampa è ancora in circolazione su Youtube: Pesta fa più volte riferimento alle difficoltà di bilancio dell’istituzione che aveva guidato da quasi un decennio.

E Ballarè, che di mestiere è commercialista, vuole subito dare un’occhiata ai numeri.

Già ad un primo esame emerge che, a fronte di bilanci che mostravano un apparente equilibrio dei conti, in realtà era riscontrabile una perdita che, per il solo esercizio 2011, era superiore al milione di euro (successivamente la perdita è stata quantificata in 1.281.250, come certificato da una delibera del Consiglio di amministrazione del 18 maggio 2012).

IL BUIO OLTRE IL SIPARIO

La nuova amministrazione approfondisce la situazione e si trova davanti ad un quadro sconcertante. A cominciare dagli assetti gestionali. Si scopre ad esempio che il Sovrintendente oltre a dirigere il Teatro Coccia ricopre contemporaneamente incarichi direttivi e di rappresentante legale di associazioni, compagnie e società varie: un intreccio gestionale per nulla vantaggioso per la Fondazione Teatro Coccia.  Solo a titolo di esempio: risultano dalle carte numerosi casi di spettacoli prodotti dal Teatro Coccia (che si assumeva tutti i costi, da quelli per il cast alle attrezzature fino ai rimborsi a piè di lista per viaggi, pernottamenti e ospitalità) che venivano poi distribuiti da società o associazioni facenti capo al Sovrintendente, che ne traevano tutti i vantaggi economici. Un esempio per tutti: da metà gennaio 2010 ai primi di maggio 2010 erano state effettuate 31 rappresentazioni del balletto “Romeo e Giulietta” distribuito da una delle organizzazioni facenti capo al sovrintendente con un fatturato di almeno 248.000 euro. Alla Fondazione Teatro Coccia, che aveva sostenuto la produzione e i relativi costi, erano stati riconosciuti solo 18.720 euro

La Fondazione aveva alle proprie dipendenze anche un direttore organizzativo, che dal settembre 2005 a luglio 2011 tramite una propria società, aveva fatturato alla Fondazione stessa oltre 1 milione di euro. Una analisi delle carte faceva emergere molte perplessità anche in ordine a questa attività: oltre alla gestione di quasi tutto il personale in outsourcing con costi non controllati e creazione di figure professionali probabilmente non necessarie (come  un “siparista” la cui unica funzione era premere un bottone all’inizio dello spettacolo e ripremerlo alla fine) emergono forniture di dubbia utilità (come, solo a titolo di esempio, un software gestionale che poi risultava inadeguato pagato dalla Fondazione oltre 40.000 euro) o acquisti a prezzi fuori mercato (sempre a titolo di esempio una fotocopiatrice usata, e poi risultata non funzionante, pagata oltre 17.000 euro).

Si tratta ( è bene precisarlo) di informazioni non frutto di pettegolezzi o indiscrezioni, ma puntualmente documentate in un esposto denuncia presentato successivamente alla Procura della Repubblica dall’allora presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione.

Quello che mette i brividi alla nuova amministrazione è soprattutto una gestione contabile e amministrativa molto complessa e oscura, da cui però emergevano le consistenti esposizioni debitorie verso numerosi fornitori, verso enti previdenziali, verso l’erario

Di fronte a questa situazione, già nell’agosto 2011 il sindaco, nella sua qualità di presidente della Fondazione interrompe ogni rapporto con il Sovrintendente e il Direttore organizzativo.

Renata Rapetti

Il Coccia prova a voltare pagina. Grazie alla collaborazione con il teatro Regio di Torino, sancita in modo ufficiale dalla firma di un accordo tra il sindaco Ballarè e Piero Fassino, allora sindaco di Torino, si riesce a far proseguire la stagione in corso, e viene nominato un nuovo direttore artistico, Renata Rapetti, che con il suo staff amministrativo, avvia una ricognizione puntuale dello stato dell’arte e pone le basi per il rilancio del teatro.

Nel luglio 2012 il riassetto del teatro viene completato con la nomina un nuovo consiglio di amministrazione presieduto dal notaio Gian Vittorio Cafagno.

 

COME FARE AD USCIRNE?

Il nuovo vertice del teatro dà la massima fiducia alla direttrice che intraprende da subito una paziente e difficile opera di risanamento dei conti, iniziando a pagare i debiti e mettendo in atto un attento controllo di gestione. Viene impressa una forte svolta alla qualità della programmazione, riportando il Coccia al centro dell’attenzione dei media, con produzioni di qualità assoluta, riconosciuti a tutti i livelli, e che finalmente tornano a garantire i finanziamenti da parte del Fondo Unico per lo Spettacolo del Ministero. Viene potenziata a tutti i livelli l’attività di foundraising con partecipazione a bandi e ricerca di sponsorizzazioni. Il personale viene assunto direttamente dalla Fondazione Teatro Coccia.

Il problema emergente è però quello della cronica mancanza di liquidità: i ricavi pure ottimi delle stagioni e delle attività svolte vengono divorati dalla “bestia” del debito pregresso.

Ecco allora che si immagina una soluzione che renda sostenibile la vita del teatro: la stipula di un mutuo che consenta di pagare i debiti pregressi e di mandare avanti con maggiore serenità l’attività quotidiana. Il problema è che nessun istituto di credito potrebbe mai concedere un grosso prestito ad un ente sostanzialmente privo di capitale reale. Ecco che alla fine del 2013 il Comune mette in atto una operazione attraverso cui garantisce, con il conferimento dei diritti reali di usufrutto di sette immobili ( oltre al Teatro Coccia e al Piccolo Coccia, il Locale Unicef, il Club Unione, il ristorante bar attualmente affidato ad Antonino Cannavacciuolo, la Libreria Lazzarelli e la Caffetteria del Broletto ), la capitalizzazione della Fondazione che a questo punto può accedere al mutuo.

DOVE NASCE IL “PESO” SUL BILANCIO

Nasce proprio qui il gravame che oggi è riemerso in tutta evidenza e che ricordavamo all’inizio: la rata di mutuo e l’ammortamento degli immobili. Un problema generato esclusivamente dalla necessità di sanare una gravissima situazione debitoria creatasi prima del 2011 che avrebbe trascinato la Fondazione e il Teatro verso un sicuro fallimento. E perché oggi siamo di nuovo sull’orlo del baratro? La risposta sta nei conti, soprattutto quelli del 2018, che ancora nessuno ha consultato in maniera ufficiale.

Corinne Baroni e Matteo Beltrami

Il dubbio è che, contrariamente agli anni migliori della direzione Rapetti, il bilancio della gestione caratteristica, cioè la differenza tra costi e ricavi della attività teatrale, non sia più così positivo da sostenere il peso dell’indebitamento e garantire la gestione ordinaria. Un problema che proabilmente nel 2018 è stato reso più acuto dalle incertezze dovute proprio alle dimissioni di Rapetti, ad una lunga fase di interregno guidata in veste di direttore “provvisorio” dal direttore musicale Matteo Beltrami e solo in extremis riportata alla fisiologia con la nomina molto contrastatta di Corinne Baroni a direttore della Fondazione

Cosa accadrà ora è davvero difficile immaginarlo. Di certo la rilettura del percorso che ha condotto il teatro fino a qui non può che suggerire alcune domande.

E attende, ovviamente, adeguate risposte.

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