Cronaca Famiglia Giovani

«Chi comanda è un grande. Lo pensano i bulli, le vittime e i loro osservatori»

Nell'ambito di "The wild web 2018" la psicologa esperta in problematiche evolutive e Presidente della Cooperativa Minotauro, Katia Provantini, ha esposto gli studi fatti in tema di bullismo e le conseguenze del cambiamento del modello educativo

Quarantacinque minuti ininterrotti. Tanto è durato l’intervento di Katia Provantini, psicologa esperta in problematiche evolutive e Presidente della Cooperativa Minotauro, sul tema dell’educazione e del bullismo in particolare, durante il convegno “Adulti in prima linea” (sabato 21 aprile al Piccolo Coccia) ultimo atto del ciclo di incontri “The wild web 2018” promosso da Progetto per Tommaso, Rotary Club Val Ticino di Novara, realizzato da ASL Novara – Dipartimento Materno Infantile e sostenuto da Fondazione Comunità Novarese Onlus, e che per l’edizione 2018, ha beneficiato di un ulteriore intervento di Rotary Distretto 2031, Rotary Club Novara e Rotary Club Novara San Gaudenzio.

«Nel corso degli anni  – ha spiegato Provantini – l’equipe che coordino si è trovata a dover lavorare su due fronti: il fenomeno dei blocchi di crescita in seguito a una vergogna subita e quello dell’apprendimento che deve fare i conti con la nuova epoca digitale. Per capire questi temi, dobbiamo partire da un cambiamento sociale avvenuto quasi cinquant’anni fa: il post ’68 ha impiegato un po’ di anni per determinare una modificazione nei modelli educativi famigliari che passano dalla trasmissione delle regole e dall’educazione basata sul sentimento di paura che si cerca di a fare ai bambini per far capire loro quanto sia importante stare dentro un binario, a un modello di educazione anni Ottanta basato sulla relazione tra genitori e figli. Gli adulti hanno così cominciato a smettere di far paura ai bambini e agli adolescenti perchè si è iniziato a pensare che far paura fosse pericoloso: la frustrazione somministrata ai bambini è cominciata a essere considerata un’esperienza negativa che li poteva indebolire. In quegli anni comincia a delinearsi un concetto identitario adulto che cambia rapidamente: nel modello educativo tradizionale si diceva si fa così, se sbagli si sono delle punizioni, diventi adulto, ti inserisci un modello identitario di valori, impara a rispettarlo e lo trasmetti ai tuoi figli. A un certo punto questo modello è stato percepito come qualcosa di pericoloso: la società si è fatta complessa, i cambiamenti si sono fatti sempre più rapidi e l’adultità concepita in quel modo è stata considerata pericolosa perchè i ragazzi non erano in grado di fare scelte consapevoli. In più cominciava ad avvicinarsi la grande crisi sul futuro che oggi attanaglia e rovina la motivazione dei ragazzi: un futuro che nell’immaginario è negativo e rovinato. Contemporaneamente gli adulti hanno mostrato agli occhi dei ragazzi le loro debolezze, scorrettezze, incompetenze, la fiducia intergenerazionale è venuta meno e l’idea che i ragazzi hanno oggi è quella di un adulto che non è capace, non sa, non può capire oppure non ha le risorse oggettive per risolvere i problemi. Il cambiamento del modello educativo ha fatto un passaggio intermedio che è stato quello di puntare sulla sicurezza di sé: oggi abbiamo adolescenti che vengono da un’infanzia in cui sono stati trattati come persone meravigliose che per certi versi è importantissimo, ma dall’altra parte ha creato un rifornimento narcisistico, uno sguardo continuo sul bambino che deve essere per forza considerato non solo bello, geniale e capace di grandi cose. Progressivamente sono cambiati gli sguardi con cui gli adulti guardano i bambini: basta che facciano un movimento banalissimo come spostare una pagina dello smartphone e subito si pensa che nostro figlio sia geniale. Questi erano i primi commenti quando nel 2011 è uscito il tablet, ora sappiamo che quello non è l’effetto di nessuna genialità del bambino, ma solo un mezzo comodo e facile da usare. La società però ci impone di pensare che i nostri figli siano speciali perchè se il futuro è pericoloso, brutto e precario, allora dobbiamo pensare che i nostri ragazzi devo trovare in se stessi le proprie caratteristiche, avvalersi di queste e curarle in modo tale che su quelle specificità si possano costruire delle strade dove il futuro sarà possibile. Nei genitori questa prospettiva è importante anche per tutelarsi da un eventuale fallimento dei ragazzi».

Ma dove sono giunti gli studi in questo senso? «Oggi  – ha proseguito – noi possiamo fare un bilancio e vedere come un modello così eccessivamente fondato sul narcisismo, che comunque non va demonizzato in toto perchè è servito per uscire da un modello educativo autoritario che non andava più bene, abbia delle lacune e delle conseguenze negative che devono essere considerate. La mente dell’adulto deve affrontare temi sempre di diversi, dobbiamo aiutare i ragazzi a diventare grandi ma non sappiamo tra quindici anni quali sfide li attenderanno, dobbiamo fare in modo che i bambini diventino grandi dove grande significa essere te stesso ma anche consapevole di chi sei, di come funzioni, di come affronti i problemi. Se trasformate queste questioni dal concetto di identità a un curriculum da presentare per un colloquio di lavoro, queste diventano tutte competenze di base per poter intraprendere un buon discorso. Queste competenze non si possono trasmettere per regole strutturate, ma bisogna imparare a ragionare, a gestire i compromessi. La prima strada che è stata intrapresa negli ultimi decenni verso questa direzione è stata quella di dire ai bambini “sei fantastico, meraviglioso, bellissimo”. Negli ultimi anni, però, è stato verificato che questo modello invece di rinforzare i ragazzi, li ha resi drammaticamente deboli, bisognosi dello sguardo dell’altro, di qualcuno che continui a ripetere loro quanto siano belli e meravigliosi. È come se noi avessimo cresciuto i bambini nell’idea che non c’è limite alla creatività e questo ci aiuterà a risolvere ogni problema; poi, però, ci ritroviamo a constatare che tutte questa grandiosità ci restituisce un senso di smarrimento e di paura. Quello che si vede è che a un’infanzia così supportata, l’arrivo della preadolescenza crea il trauma vero: gli adulti non hanno ancora acquisito un paradigma altrettanto benevolo come hanno fatto per i bambini e il lo sguardo si fa pieno di paura quando capiscono che gli adolescenti faranno quello che vogliono quando vogliono. I ragazzi passano, così,  repentinamente da bambini che si pensano geniali ad adolescneti che cominciano a percepire lo scricchiolamento di questa immagine. Per la prima volta nella vita fanno un’esperienza di limite e, per come è cambiata la cultura negli ultimi trent’anni, non ci si ricorda più che l’errore è un importante strumento di crescita e che il dolore mentale, inteso come esperienza di una difficoltà, invece di essere considerato come una normale fisiologica della crescita, viene considerato come segnale di mediocrità e di normalità dell’individuo».

Un concetto di normalità che va preso profondamente in considerazione: «Nei nuovi giovani – ha continuato – è la caratteristica peggiore che ci possa essere: figli così esposti all’idea del magnifico e del geniale, non possono conoscere la fatica psichica. I ragazzi si affacciano all’adolescenza con questi falsi miti e con l’esperienza di uno sguardo continuo da parte dei genitori che dicono “vai bene, vai avanti così che non sbagli”. Uno dei fattori che spiegano la ricerca ossessiva dei like su web è proprio questa: la difficoltà a stare soli, a non avere un incoraggiamento puntuale e costante che nell’infanzia hai da parte dei genitori, in adolescenza la cerchi dai coetanei, peccato però che ne incontri altri che hanno più paura di te e a quel punto si apre una guerra terribile perchè siamo tutti alla ricerca di un like, quindi ci si massacra. Un dato di realtà con cui noi ci ritroviamo a confrontarci quotidianamente è che se una volta il nemico all’interno della scuola o delle istituzioni era l’adulto che ti avrebbe rimproverato, oggi è rappresentato dai coetanei che in tre secondi sono in grado di riconoscere le debolezze dell’altro considerandoti un mediocre e un fallito nel percorso di crescita. I ragazzi, dunque, si ritrovano inaspettatamente soli perchè non hanno neanche mai sperimentato né mai messo in conto la solitudine come un fenomeno utile alla crescita, l’hanno sempre collocata come un’esperienza riservata agli sfigati, agli sbagliati, ai limitati, ai normali appunto».

E poi il grande tema del mondo virtuale: «Il web non deve essere visto come pericolo in sé, ma come uno strumento che si presta a colmare gli innumerevoli bisogni delle persone. Uno dei primi è quello di dire “vai bene, mi sento solo ma ho una serie di persone che mettono i like, che seguono il mio profilo”. È il modo che i ragazzi hanno per risolvere il problema dello sguardo: senza di questo, non sono abituati a stare nella vita: lo strumento del web li aiuta a rassicurarli sul fatto che tutto sommato le cose possono andare bene».

Un’altra prospettiva è quella della frammentazione delle narrazioni sociali e delle relazioni:« La solitudine con cui i ragazzi si scontrano, ritrova le radici nel bisogno di puntare sull’individuo perchè diventare grandi equivale a diventare se stessi e a capire chi si è. Questo non è solo un mito nel nuovo millennio, ma un segnale su cui l’umanità sta riflettendo. Il legame tra l’individuo, la famiglia, il contesto, l’appartenenza a un gruppo umano che può testimoniare l’importanza della tua esistenza e riconoscere il senso del tuo lavoro nella comunità in cui vivi, è stato messo un po’ in ombra per dare spazio al concetto di diventa qualcuno di importante, possibilmente qualcuno che tutti possono vedere. Questa spinta oggi ha bisogno di un’integrazione che noi cerchiamo di mettere in pratica in tutti i gruppi di lavoro. Quando facciamo esperienze di relazione, di costruzione del bello, io che faccio parte del gruppo non devo rincuorarmi con l’idea di essere bravo, competente, intelligente allo scopo di farmi vedere dagli altri, ma quello che io porto nel gruppo è un elemento di utilità e quella bellezza di cui faccio esperienza non è estetica o narcisistica, ma è un bello dato dal fatto che abbiamo costruito insieme qualcosa di significativo. Il tema della solitudine e dello sguardo, dunque, possono rendere il web così pericoloso proprio perchè il bisogno che satura è un bisogno primario delle nuove generazioni».

Un altro tema è quello delle competenze: «Diventare adulti oggi non è sovrapponibile ad acquisire competenze di contenuto, ma competenze di ragionamento, di flessibilità e consapevolezza. Sviluppare occasioni di apprendimento per abituare i ragazzi a ragionare con la propria testa, non contro qualcuno, avviare una riflessione sana che prevede diversità e differenziazioni è difficile perchè i modelli su cui ci siamo potuti sperimentare dopo una tradizione autoritaria e lineare sono stati quelli del rispecchiamento narcisistico. La povertà educativa e il vero è un allarme sociale che non dipende, come si pensava fino agli anni Sessanta, dalla classe sociale debole, anzi è una realtà che coglie classi sociali insospettabili di fascia medio alta. In questo senso il web diventa una grandissima ricorsa per incontrare ed educare, per aiutare a crescere e costruire strumenti che ti daranno lavoro».

E poi il vero e proprio tema delle prevaricazioni: «Una domanda che si siamo posti è come mai i ragazi prevaricano con questa frequenza e con questa apparente insensibilità. Per capirlo noi abbiamo provato a cogliere il significato evolutivo: se le prevaricazioni vengono usate da tutti i ceti sociali in qualsiasi contesto, dovrà esserci una qualche connessione con la crescita. Quello che abbiamo trovato è stato interessante: il sentimento storico con cui i ragazzi devono fare i conti è la vergogna, prima degli anni Settanta c’era la colpa. Il vantaggio della colpa è che fai qualcosa che rimediarla e questa se ne va, quindi c’è un rimedio che ti permette di ripresentarti  al mondo; lo svantaggio della vergogna, invece, è che non di risolve mai: quando ti sei vergognato del tuo fallimento, quello ti rimane appiccicato come un elemento che fa parte di te. In questa dimensione si pone l’ottica infantile dell’adulto che comanda, perchè la stigmatizzazione è sull’impotenza, sulla dipendenza, sulla passività. Se io voglio verificare di andare bene, devo capire che almeno qualcuno lo posso comandare e sottomettere: nel momento in cui qualcuno è comandato e sottomesso, posso dire a me stesso di essere forte e capace. Questo è un tema che tra i ragazzi è fortissimo, ancora prima della diffusione del web: da una parte un’immagine infatilizzata dell’adulto priva della complessità, del senso di responsabilità, di frustrazione, del senso del limite, del dover fare i conti con i compromessi, dall’altra una connotazione in termini i forza e potere che tiene in ombra tutte queste parti, che sono poi tutte le esperienze umane, e che in realtà rendono veramente forti gli adulti. Tra i ragazzi, dunque, si è diffusa l’idea che chi comanda è un grande e ha diritto di farlo se è in grado di farsi obbedire. Questo lo pensano i bulli, lo pensano le vittime, lo pensano gli osservatori dei bulli e delle vittime: sono tutti d’accordo sul fatto che non c’è il bullo, ma c’è la cultura della prevaricazione che domina questi gruppi in cui chi è forte comanda, chi no, è forte subisce e obbedisce. La motivazione più frequente in questi ragazzi è sempre la stessa che ti dicono “tu stai facendo un’esagerazione di una cosa che è banale, io ho fatto quella cosa, se a lui non piaceva, poteva dirlo e io avrei smesso”. Uno schema, dunque, che va rivisto e che viene rifiutato solo nel momento in cui si costruiscono relazioni significative tra persone che cominciano a vedere come questa sia una visione parziale della realtà: vanno promossi progetti in cui capisci che lo stare insieme non si può configurare in termini di relazioni di potere, ci sono tante altre cose che le persone in gruppo possono fare, ma bisogna anche farne esperienza, perchè se entri nel gruppo non solo con l’idea di doverti far riconoscere le tue capacità, ma anche di far scoprire le tue fragilità, ecco che crei una bomba: io sono disposto a riconoscere la tua meraviglia, se tu sei disposto a riconoscere la mia; siamo di diversi ed è un incubo perchè, in adolescenza, non si capisce come mai due persone possano essere tanto diverse ma entrambe meravigliose e in quali ambiti. Dunque il web, ancora una volta, diventa uno strumento per definire il potere di qualcuno».

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