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Ravanelli: «Novara può salvarsi grazie alla diversificazione industriale»

L'intervista al Presidente di Confindustria Piemonte, AD Mirato SpA, nominato presidente della Fondazione Teatro Coccia un settimana fa

Presidente di Confindustria Piemonte dal 2016, AD della Mirato SpA, consigliere di Banco BpM, nominato presidente della Fondazione Teatro Coccia un settimana fa, Fabio Ravanelli dialoga con La Voce analizzando le potenzialità del territorio novarese in un più ampio contesto regionale. Con una riflessione sulla crisi non solo economica, ma anche culturale.

Nella sua veste di presidente di Confindustria ogni giorno ha l’opportunità di constatare la realtà industriale del Piemonte e le sue peculiarità. Come si inquadra la provincia di Novara nel panorama piemontese?
Innanzitutto è doverosa una premessa a livello regionale. Il Piemonte è una regione ad alta e antica industrializzazione e a vocazione all’export. Negli ultimi vent’anni rispetto agli altri competitor del nord Italia, che sono poi Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, ha subito una perdita progressiva. Ai tempi del triangolo industriale il Piemonte era la seconda regione più industrializzata dopo la Lombardia, ora è diventata la quarta e come reddito pro capite è a metà classifica a livello nazionale.

Questo perchè?
Le spiegazioni sono molteplici, ma potremmo immaginarne due: innanzitutto la crisi dell’automotive che sta vivendo una trasformazione epocale con il passaggio dal motore tradizionale a quello elettrico e poi la grande decadenza del tessile. Questo, come è ovvio, nelle province di Torino e Biella proprio perché quando un’area possiede un solo tipo di industria, il rischio è molto alto. Il contrario di quello che invece succede a Novara dove non c’è una monocultura produttiva, piuttosto industrie diversificate: è proprio per questo motivo che, insieme a Cuneo, è la provincia che ha risentito meno della crisi. Tutto ciò nonostante il nostro territorio abbia il più grande distretto al mondo della lavorazione dell’ottone con la produzione della rubinetteria, però non c’è solo quello, abbiamo anche l’industria alimentare, quella della chimica sostenibile e il polo tessile.

 

 

Novara dicevamo…
La posizione geografica aiuta molto, nonostante non sia ancora stata adeguatamente sfruttata. Nell’ottica dello sviluppo dei grandi corridoi europei, sarà possibile dare slancio e mettere ancora di più in evidenza il ruolo di Novara come città baricentrica di tutto il nord Italia. Molti la definiscono la Verona del nord ovest proprio per il suo sviluppo logistico. È ovvio che come Confindustria non consideriamo la logistica come risoluzione di tutti i problemi, ma una buona dotazione infrastrutturale può dare avvio a una manifattura dall’alto valore aggiunto.

Una città, dunque, dalle grandi potenzialità di innovazione anche in seguito all’acquisizione del Cim da parte di Hupac e dunque di sviluppo dell’area. La politica locale può fare molto, ma sembra mancare di slancio e idee. Quale consiglio si sente di dare agli amministratori?
Credo che tutto sia migliorabile, però non credo che la politica locale abbia molte armi in mano, in questi casi le discussioni si attuano a livelli più alti. Penso, però, che l’amministrazione possa potenziare gli aspetti più logistici della città e rendere la vita più facile possibile a chi decide di insediarsi a Novara. Piuttosto il tema della politica va affrontato a livello nazionale. L’Italia da molti punti di vista è diventato un Paese poco attraente e poco attrattivo a causa di una tassazione farraginosa, una giustizia che non funziona e infrastrutture inesistenti o molto spesso deficitarie. Quest’ultime sono una precondizione necessaria per lo sviluppo e la crescita: 70 miliardi di euro sono già a bilancio per le opere pubbliche e devono ricevere solo il la per l’utilizzo. Cominciamo da qui.

In Piemonte qual è la situazione da questo punto di vista?
Intanto si sta per aprire la nuova programmazione dei fondi europei 2021-2027, uno snodo fondamentali per lo sviluppo regionale. Nei prossimi mesi verranno definite le priorità e auspichiamo che questa programmazione possa essere fatta insieme alle associazioni datoriali dunque anche con Confindustria perché noi conosciamo le esigenze del territorio e pensiamo di riuscire a dare una mano per fare in modo che il tasso di mancato utilizzo sia possa ridurre considerevolmente. E poi il Ceip (Centro Estero per l’Internazionalizzazione ndr) che ha funzionato discretamente bene per quanto riguarda l’accompagnamento delle imprese all’estero ma non altrettanto sull’attrazione degli investimenti dall’estero. Usato bene, invece, potrebbe essere un buon volano di crescita e sviluppo.

I brand Mirato sono presenti in tutto il mondo e sono continuamente in crescita. Qual è il segreto del vostro successo?
Noi produciamo beni di largo consumo, un settore tipicamente aciclico che non risente più di tanto dell’andamento dell’economia. Faccio un esempio banale: se io mi faccio la barba tutti giorni, non è perché l’economia è in crisi che non me la faccio più. Magari utilizzo un prodotto più economico, ma noi offriamo anche quello. Dunque i nostri prodotti assicurano una certa stabilità, però non c’è crescita e questo perché l’Italia è un Paese maturo così come i consumi. La crescita avviene con l’acquisizione di nuovi marchi e con l’export. Per questo abbiamo creato due consociate che sono molto promettenti, in Russia in Cina, due mercati con enormi potenzialità.

Non a caso due Paesi che hanno interessi l’uno politici, l’altro economici in Occidente…
Sono certamente due Paesi, nel nostro mercato, che crescono intanto perché il numero della popolazione è molto superiore a quello dell’Italia e i tassi di utilizzo di prodotti come i nostri sono in crescita.

In tutto questo troverà anche il tempo di occuparsi del Coccia?
Considerando che l’incarico mi è stato assegnato sette giorni fa e quattro li ho passati in Qatar… per ora ho letto qualche carta e parlato con i consiglieri.

Cosa pensa davvero della situazione del Teatro novarese?
Penso che il Coccia paghi quella che è una disaffezione italiana nei confronti della cultura di un certo livello anche perché ci sono tipologie diverse di intrattenimento inesistenti fino a qualche decina di anni fa. Il teatro è un’arte molto nobile, ma che deve trovare il suo spazio e questo, unito magari a una gestione non troppo brillante, del passato ha portato a una situazione che comunque secondo me si può ristabilire. Anche perché il substrato è buono, il Coccia ha una tradizione lunghissima, io sono abbonato da parecchi anni, la qualità gli spettacoli è sempre molto alta.

Dunque ci sono margini di riassestamento?
Bisogna farlo perché Novara non può permettersi di perdere la sua prima istituzione culturale, seconda in Piemonte solo al Regio di Torino e con una storia che risale alla metà dell’Ottocento. Non c’è altra possibilità.

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