Angolo delle ore

Il primo banco di prova per il neoeletto Parlamento Europeo: la scelta della commissione

Lo spoglio delle urne ha fotografato una situazione politica frammentata a causa del diverso orientamento dei corpi elettorali dei vari Stati membri dell’Unione europea. I partiti con orientamento nazionalistico vincono in alcuni paesi – anche di peso – ma non trionfano nella maggior parte dei casi.

La maggioranza nel Parlamento europeo è, però, tutta da costruire, visto che il PPE ha perso molti consensi e non riuscirà a raggiungere la soglia del 51% solo con l’ausilio dei socialdemocratici: sarà necessario ricorrere anche ai voti dei liberali di ALDE e probabilmente a quelli dei Verdi, vera sorpresa di queste elezioni.

In uno scenario così complesso c’è da domandarsi quale possa essere il primo obiettivo per l’Italia. Il neoeletto Parlamento europeo dovrà occuparsi nei prossimi mesi anzitutto del rinnovo delle principali cariche istituzionali dell’Unione. Fra queste il P.E. ha un particolare peso nella scelta della Commissione, visto che il Trattato di Lisbona a partire dal 2009 ha introdotto quella che nel gergo è divenuta nota come procedura dello “Spitzenkandidat”: in pratica il candidato Presidente, pur se proposto dal Consiglio europeo (ossia dagli Stati membri), dovrebbe rappresentare la forza politica vincitrice delle elezioni, condizionando così la formazione di tutta la Commissione.

Molti a livello nazionale sostengono che, non essendo alla nostra portata la scelta del Presidente, dovremmo concentrare i nostri sforzi per riuscire ad ottenere un commissario di “peso”, ossia con un portafoglio ricco per gli interessi nazionali (e.g. agricoltura o affari economici).
Una simile scelta politica sarebbe miope.

Sebbene sia innegabile che i commissari abbiano un forte legame con i Paesi che ne esprimono le candidature, il Trattato prevede che debbano essere indipendenti nonché possedere competenza e spirito europeo. Giuridicamente, insomma, i commissari non svolgono il ruolo di “rappresentanti degli interessi nazionali” nella Commissione: sono, semmai, chiamati – al contrario – a dare prova della loro assoluta autonomia.

Al di là del dato giuridico, inoltre, è comunque improbabile che un singolo commissario riesca a modificare le politiche complessive della Commissione, pur nella materia che lo riguarda personalmente. Al contrario la scelta dell’orientamento complessivo dell’esecutivo dell’Unione dipende in larga misura dal suo Presidente, che ne orienta l’azione e le priorità.

In questo senso la partita più delicata, dunque, si giocherà su quanto l’Italia potrà concorrere, in uno scenario politicamente e geograficamente molto frammentato, a spostare gli equilibri politici per consentire la elezione di un Presidente della Commissione che abbia una visione del futuro dell’Europa più vicina alle nostre esigenze che non a quelle dei paesi del blocco del Nord o dell’Est europa.

In ballo ci sono molte cose, a partire dalla riforma dei Trattati e dal rischio che si vada verso una “Europa alla carta”, in cui l’Italia non sarebbe certo favorita.

di Vito Rubino,
docente di diritto dell’Unione europea, DISEI, Dipartimenti di Studi per l’Economia e l’Impresa, Università del Piemonte Orientale, Novara

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