Coronavirus: virus clinicalmente morto? Per esperti anti-bufale ‘serve prudenza’

Il sito anti-fake news della Fnomceo analizza la questione

Roma, 25 giu. (Adnkronos Salute) – Il coronavirus è clinicamente morto? La questione divide il mondo scientifico: tra chi è propenso verso questa evidenzia (Alberto Zangrillo ed esempio) e chi invece respinge al mittente avvertendo che è troppo presto e non ci sono basi scientifiche per asserirlo, come ha più volte detto l’infettivologo Massimo Galli. “La domanda, il virus è clinicamente morto? Meriterebbe di essere formulata diversamente, ma non abbiamo una risposta certa. Serve dunque prudenza”. Lo sottolinea il team di Dottoremaeveroche, il sito anti-fake news della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo), che analizza la questione ricostruendo le varie posizioni di virologi, infettivologi ed epidemiologi.

“‘Abbiamo virologi e ricercatori in tutto il mondo che stanno studiando il virus Sars-CoV-2, ci sono 49 mila sequenze genetiche depositate e monitoriamo continuamente se ci siano cambiamenti nel virus, e se questi abbiano un impatto su come si comporta. Finora non abbiamo visto una situazione del genere’. Le parole del responsabile tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Maria van Kerkhove, non dovrebbero lasciare dubbi – evidenziano gli esperti di Dottoremaeveroche – Del resto, un altro alto funzionario dell’Oms ha precisato nella stessa conferenza stampa del 22 giugno scorso, che ‘in nessun ceppo di quelli depositati sono state viste grosse differenze nella letalità, nell’impatto clinico, nelle vie di trasmissione'”.

“Eppure, alcuni giornali danno grande risalto alla posizione di dieci medici che si dicono convinti che chi si ammala oggi avrebbe un basso rischio di aggravarsi perché il virus avrebbe una carica virale più debole e anche meno contagiosa – prosegue Dottoremaeveroche – Solitamente, questo tipo di confronto scientifico trova spazio in via prioritaria nei luoghi dove chi fa ricerca si confronta con i propri pari: le riviste accademiche e i congressi scientifici. Sappiamo però che stiamo attraversando una drammatica crisi sanitaria e sociale e, forse anche per questo, le regole che la comunità scientifica si è data nel corso dei secoli sembrano essere state capovolte”.

“La dialettica tra chi sostiene sulla base della propria esperienza personale che il virus si sia ‘indebolito’ e chi – anche osservando la tragedia che sta colpendo Stati Uniti e Brasile, o la nuova emergenza sanitaria vissuta in Germania – sostiene che non sia così è iniziata a fine maggio, quando il clinico Alberto Zangrillo nel programma ‘Mezz’ora in più’ su Raitre ha dichiarato: ‘Oggi è il 31 di maggio e circa un mese fa sentivamo gli epidemiologi dire di temere grandemente una nuova ondata per la fine del mese, o per l’inizio di giugno, e che chissà quanti posti di terapia intensiva c’erano da occupare. In realtà il virus, praticamente, dal punto di vista clinico non esiste più'”.

“Le sue dichiarazioni hanno fatto sperare: la fase critica della pandemia è ormai alle spalle? – si chiedono gli esperti – Ma hanno fatto anche molto discutere, al punto che lo stesso Zangrillo ha ritenuto fosse necessaria una precisazione: ‘Sono certo che il virus sia ancora tra di noi, però ci sono tanti virus tra di noi. Ho detto testualmente: il virus è clinicamente inesistente, scomparso. Se uno omette il clinicamente per farmi del male, fa del male a sé stesso'”.

Perché è così importante specificare che si parla del virus ‘dal punto di vista clinico’? “Perché la convinzione nasce dall’osservazione del cambiamento dell’attività assistenziale ospedaliera – rispondono gli esperti di Dottoremaeveroche – Ci sono meno persone ricoverate per Covid-19, meno pazienti hanno necessità di supporto respiratorio, il numero dei decessi sta finalmente riducendosi in modo sensibile. Quindi, generalmente, i medici oggi vedono molti meno pazienti con forme gravi di Covid-19 rispetto a quanto è accaduto nei mesi scorsi. Per questo, ad essere diminuite – se non scomparse – sono le manifestazioni cliniche della malattia”.

Quindi, è vero che il virus è ‘clinicamente’ morto? “A questa domanda – che forse meriterebbe di essere formulata diversamente – non abbiamo una risposta certa. ‘Con tutto il rispetto, ritengo che questa affermazione non abbia nessun fondamento’ ha dichiarato il medico infettivologo Massimo Galli – come ricordano gli esperti – stiamo assistendo alla coda della prima ondata, e i pazienti ricoverati in questo momento sono meno gravi semplicemente perché quando sono arrivati in ospedale presentavano un quadro clinico non eccessivamente compromesso e sono stati presi in cura in modo tempestivo’, ha precisato il direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano”.

Tornando alla domanda, 2va detto inoltre che l’espressione ‘clinicamente morto’ non è del tutto appropriata. ‘Ne abbiamo ascoltate diverse, in queste settimane: non mi sembra scientificamente corretto dire che il virus si è spento o si è indebolito’ spiega a Dottoremaevero che Rodolfo Saracci, che per anni è stato presidente della International Association of Epidemiology”.

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